Mondo liquido

Della fragilità dei rapporti.
Degli opposti desideri.
giovedì, 23 novembre 2006

La parola

Alcuni dicono che
quando è detta
la parola muore.

Io dico invece che
proprio quel giorno
comincia a vivere.


Emily Dickinson, 1872
postato da tortora alle ore 23:55 | link | commenti (9)
categorie: poesia, filosofia
sabato, 11 novembre 2006

Il passato è passato

Ho tentato di resistere, ma proprio non ci riesco. E vabbè, questo post - che insiste tanto per avere l’onore del web - lo scrivo.

Tutto comincia dal post «60-70-80»che Roquentin ha pubblicato sul suo blog qualche giorno fa.
In discussione i decenni che abbiamo attraversato. I decenni della nostra vita, della nostra storia. Roquentin, che parla sempre chiaro, non ha certo esitato ad asserire, con la consueta perentorietà: «ho sempre guardato agli anni Ottanta con fastidio»; ed ha spiegato, poi, perché egli preferisce decisamente gli anni Settanta. Ha le sue ragioni, e in verità nessuno dei suoi interlocutori gliele ha contestate. Ma questi, gl’interlocutori, sono di età diversa: e dunque qualcuno, per fatto anche anagrafico, ha lasciato intendere persino la sua preferenza per gli anni Sessanta.
La cosa bellissima però è che ognuno ha ricordato, degli anni trascorsi, le cose e gli eventi che, nel bene e nel male, hanno segnato la propria esistenza. Ed io ho seguito non solo con attenzione ma con ammirazione e persino con invidia il succedersi degli interventi. Sì, con invidia. Avrei voluto partecipare anch’io, ma non potevo farlo. Se addirittura qualcuno mi avesse chiesto esplicitamente di dire la mia, avrei risposto come ad un varco doganale: “nulla da dichiarare”. Avrei “dovuto” rispondere così.
Non che la mia esistenza passata sia stata povera, scialba. Tutt’altro. E certamente la mia memoria non è vuota. Cose belle e bellissime ed anche brutte e bruttissime ce ne sono state. Ma tutto è stato ordinatamente archiviato e accuratamente conservato. Come le migliaia di fotografie, le migliaia di lettere (un tempo si scrivevano lettere!), e le migliaia di fogli di giornale e di volantini, di cui sono ancora in possesso. Memorie di frammenti di vita inscatolate con amorevole cura: ma tenute in luogo di difficile accesso. Materiali, insomma, che non ho la forza d’animo – non ho né il coraggio né la voglia - di andare a recuperare. Ho un notevole interesse culturale per il passato “storico”; ma non ho neppure il gusto del ricordo del mio personale passato. Non lo dimentico, non l’ho annullato. È in me. Il mio passato vive nel mio attuale modo di sentire, di pensare, di agire. Ma non mi piace ricordare. Non mi è mai piaciuto. Nostalgie e rimorsi mi sono estranei. Perché quel che veramente è capace di sollecitare entusiasmi e passioni non è il passato ma il futuro. Guardare avanti, andare oltre è il mio quasi esclusivo interesse. E temo il potere coattivo del passato, la suggestiva e consolante sicurezza del già vissuto. Mi piace tentare: non certo ripetere. Mi piace ideare, progettare, sperimentare, non semplicemente riprodurre. Mi piace rischiare, non vivere al riparo di consolanti quanto effimere certezze. Ma sì, Roquentin, non sbagli se queste cose ti richiamano alla mente certe suggestioni lanciate da Nietzsche.
Dunque il futuro è la mia passione e la mia tortura.
Il senso del futuro è stata la mia vera ricchezza. Ma poteva anche essere - lo so -  la mia sventura.
postato da tortora alle ore 17:51 | link | commenti (10)
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mercoledì, 08 novembre 2006

Città dolente

Alcuni degli «spiriti affini» conoscono la mia passione per il cinema. Ma pochi sanno che sono anche un frequentatore di teatri.
Ebbene, raramente m’è capitato d’uscire da un teatro in uno stato di profonda e lucida commozione.
Stasera è successo: al “Nuovo Teatro Nuovo” di Napoli, che si trova proprio al Centro, ai Quartieri spagnoli, a ridosso di via Toledo. Quartiere Montecalvario: basta la parola! Uno dei più noti domini della camorra.
Lo spettacolo s’intitola “Quattro”. Un testo che racconta la Napoli dolente dei giorni nostri: con le sue connivenze e i suoi dolori. E dice cose che inducono a sorridere di tante chiacchiere, scritte o profferite con spocchia arrogante dalle tante Bocche della Verità, ossia da coloro che credono di aver formulato la corretta diagnosi e magari s’illudono anche di aver individuato la giusta terapia. Racconta di una tragedia che, in un modo o nell’altro, coinvolge quattro esistenze. Interpreta, mette in scena e trasmette quel senso di solitudine e di precarietà che spesso avverte chi in questa città, da sempre afflitta da grandi contraddizioni, quotidianamente vive e lavora.
Il testo, vincitore del «Premio Ustica per il teatro civile», è coinvolgente: non lascia varchi alla distrazione. La rappresentazione è, praticamente, senza una sbavatura.
[Lo spettacolo – per chi è interessato - va in scena fino al 12 novembre.]
postato da tortora alle ore 00:35 | link | commenti (4)
categorie: teatro, napoli, vitamoderna
mercoledì, 01 novembre 2006

Il gusto delle cose

Il gusto delle cose? Anche questo stiamo perdendo!
Ieri la bellezza di una serata di cultura - animata dalla sensibilità, dall’intelligenza critica e dalla passione civile di tre bravissimi giornalisti napoletani - è svanita inesorabilmente con la re-immersione nella vita concreta di questa mia città. Una città che, come dice oggi Giuseppe D’Avanzo su «La Repubblica», non riesce più a combinare il miracolo – di cui parlava Raffaele La Capria - di «far convivere gli opposti».
La barbarie sta vincendo. Anzi ha già vinto. «Non ci sono più le due città, quella plebea e quella illuminata. La popolare e la colta. Non c'è più differenza tra plebe metropolitana delle periferie e del ventre cittadino - distruttiva, autodistruttiva, aggressiva - e l'élite borghese colta». S’è livellato tutto sul basso. «La subcultura ha conquistato il cuore della città e occupato il "centro"».
Non so io stesso se stare incazzato o abbandonarmi ad una acritica fiducia. Non voglio fare un discorso sui massimi sistemi. Ma se siamo a questo punto è perché proprio la borghesia colta non solo ha ceduto le armi, ma è entrata in combutta con la città plebea, facendone propria la sua visione delle cose. Ha barattato valori e ideali di civiltà per un pugno di lenticchie. Ha mutuato logiche e criteri che a parole ha sempre detto di rifiutare: solo perché più redditizie sul piano personale e più funzionali agli interessi delle diverse consorterie. Anche la borghesia delle professioni intellettuali ragiona, non solo sulle piccole questioni concrete, nei termini dei piccoli clan della camorra. Dominano l’arroganza e la spregiudicatezza. L’ordine è imposto dalla legge del più forte. E finanche la borghesia delle istituzioni culturali – assumendo i protocolli operativi del più bieco potere politico – ha abdicato da tempo alla sua funzione di coscienza critica della società e al suo compito di promozione della crescita civile. Ed ha sposato l’ideologia dell’imperante barbarie, condividendo, per opportunità o per convinzione, le ragioni del dio mercato. In disprezzo del merito e dell’ingegno.
Ma sì, lo so che ci sono isole di eccellenza. So bene che in questa città ci sono individui intellettualmente e moralmente ineccepibili; vivono e operano persone ammirevoli, di cui si potrebbe essere a giusta ragione orgogliosi. Ma queste sono eccezioni ad una normalità che anche a loro rende la vita difficile. Una normalità fatta di personaggi che dietro ipocriti moralismi e appelli al risanamento morale e civile nascondono un passato e un presente fatto di scempio di istituzioni e di risorse; e di disprezzo di ogni regola di correttezza.
No, il mio non è l’autolesionismo melanconico dei napoletani depressi. La “nostra” barbarie non è tutta e solo nostra. A Napoli siamo solo in anticipo sui tempi. Nel senso che a Napoli “scoppiano” in anticipo i problemi di cui altrove si riescono ancora a tenere a freno gli effetti. La mafia sta in tutt’Italia, e manovra capitali ingenti a livello planetario, anche se altrove non lascia morti per le strade, porta il colletto bianco e indossa il doppiopetto gessato. La spazzatura di Napoli non è differente, per qualità e quantità, rispetto a quella degli altri paesi dell’Occidente. Perché Napoli è una metropoli inserita a pieno titolo nel sistema della globalizzazione. Solo che qui, come a Leonia, una delle «Città invisibili» di Calvino, l'immondizia si vede e ci sovrasta, ci opprime. Insomma a Napoli siamo solo un po’ più miopi. Un po’ più stupidi. Troppo fiduciosi nella nostra astuzia – che sempre una forma d’intelligenza è, anche se di più basso profilo - non ci preoccupiamo di vedere le “nostre” cose da un superiore punto di vista. E ci facciamo scoppiare le bombe tra le mani.
postato da tortora alle ore 21:14 | link | commenti (7)
categorie: napoli, vitamoderna

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Il saltimbanco dell’anima mia.
(Aldo Palazzeschi)

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