Ho tentato di resistere, ma proprio non ci riesco. E vabbè, questo post - che insiste tanto per avere l’onore del web - lo scrivo.
Tutto comincia dal post «
60-70-80»che Roquentin ha pubblicato sul suo blog qualche giorno fa.
In discussione i decenni che abbiamo attraversato. I decenni della nostra vita, della nostra storia. Roquentin, che parla sempre chiaro, non ha certo esitato ad asserire, con la consueta perentorietà: «ho sempre guardato agli anni Ottanta con fastidio»; ed ha spiegato, poi, perché egli preferisce decisamente gli anni Settanta. Ha le sue ragioni, e in verità nessuno dei suoi interlocutori gliele ha contestate. Ma questi, gl’interlocutori, sono di età diversa: e dunque qualcuno, per fatto anche anagrafico, ha lasciato intendere persino la sua preferenza per gli anni Sessanta.
La cosa bellissima però è che ognuno ha ricordato, degli anni trascorsi, le cose e gli eventi che, nel bene e nel male, hanno segnato la propria esistenza. Ed io ho seguito non solo con attenzione ma con ammirazione e persino con invidia il succedersi degli interventi. Sì, con invidia. Avrei voluto partecipare anch’io, ma non potevo farlo. Se addirittura qualcuno mi avesse chiesto esplicitamente di dire la mia, avrei risposto come ad un varco doganale: “nulla da dichiarare”. Avrei “dovuto” rispondere così.
Non che la mia esistenza passata sia stata povera, scialba. Tutt’altro. E certamente la mia memoria non è vuota. Cose belle e bellissime ed anche brutte e bruttissime ce ne sono state. Ma tutto è stato ordinatamente archiviato e accuratamente conservato. Come le migliaia di fotografie, le migliaia di lettere (un tempo si scrivevano lettere!), e le migliaia di fogli di giornale e di volantini, di cui sono ancora in possesso. Memorie di frammenti di vita inscatolate con amorevole cura: ma tenute in luogo di difficile accesso. Materiali, insomma, che non ho la forza d’animo – non ho né il coraggio né la voglia - di andare a recuperare. Ho un notevole interesse culturale per il passato “storico”; ma non ho neppure il gusto del ricordo del mio personale passato. Non lo dimentico, non l’ho annullato. È in me. Il mio passato vive nel mio attuale modo di sentire, di pensare, di agire. Ma non mi piace ricordare. Non mi è mai piaciuto. Nostalgie e rimorsi mi sono estranei. Perché quel che veramente è capace di sollecitare entusiasmi e passioni non è il passato ma il futuro. Guardare avanti, andare oltre è il mio quasi esclusivo interesse. E temo il potere coattivo del passato, la suggestiva e consolante sicurezza del già vissuto. Mi piace tentare: non certo ripetere. Mi piace ideare, progettare, sperimentare, non semplicemente riprodurre. Mi piace rischiare, non vivere al riparo di consolanti quanto effimere certezze. Ma sì, Roquentin, non sbagli se queste cose ti richiamano alla mente certe suggestioni lanciate da Nietzsche.
Dunque il futuro è la mia passione e la mia tortura.
Il senso del futuro è stata la mia vera ricchezza. Ma poteva anche essere - lo so - la mia sventura.