Mondo liquido

Della fragilità dei rapporti.
Degli opposti desideri.
domenica, 31 dicembre 2006

Buon Anno!


  L'artefice

Jorge Luis Borges


Siamo il fiume che invocasti, Eraclito.
Siamo il tempo. Il suo corso intangibile
Va trascinando leoni e montagne,
Lacrime d'amore, cenere del piacere,
Insidiosa speranza interminabile,
Lunghi elenchi di regni che son polvere,
Esametri dei greci e dei latini,
Lugubre un mare al sorgere dell'alba,
Il sogno, questo assaggio della morte,
Il guerriero e le armi, monumenti,
I due volti di Giano che s'ignorano,
I labirinti di avorio tramati
Dalle pedine sopra la scacchiera,
La rossa mano di Macbeth che può
Insanguinare i mari, la segreta
Fatica degli orologi nell'ombra,
Un incessante specchio che si guarda
In un altro e nessuno che li veda,
Bulinate incisioni, segni gotici,
Una sbarra di zolfo in un armadio,
Opprimenti rintocchi dell'insonnia,
Aurore e crepuscoli e tramonti
Echi, risacca, sabbia, lichene, sogni.

Altro non sono che codeste immagini
Che il caso mescola e che il tedio nomina.
Con esse, benché cieco e frantumato,
Devo limare il verso incorruttibile
E (mio dovere) salvarmi.



postato da tortora alle ore 09:35 | link | commenti (4)
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giovedì, 21 dicembre 2006

Retorica e politica

Ok, Welby se n’è andato. Ha tolto il disturbo.
E finalmente s’è sottratto anche all’accusa infamante di strumentalizzare la sua sofferenza a fini politici.
Certo, certo: se n’è andato con l’aiuto degli amici.
Ma mi viene il voltastomaco quando sento certi parlamentari invocare, per politica, l’arresto di chi ha prestato il suo aiuto.
Resta comunque il problema. Su cui si è espresso in modo chiaro - con un proprio Parere -  l’Istituto Italiano di Bioetica. Quel parere non è servito a Welby.  Speriamo che serva almeno in eventuali casi futuri.
Non credo che possa servire a legiferare a ragion veduta. A sentir parlare certi “rappresentanti del popolo”, di governo e di opposizione, bisogna concludere che su questi temi siamo distanti anni luce non solo dalla Svizzera ma da quasi tutti i restanti paesi europei. Distanti con la testa, prima che con le leggi. Ora come ora una legge in materia servirebbe solo ad affossare la speranza di veder rispettata la dignità dell’uomo in prossimità del trapasso. Ma certamente con ottimi argomenti! La retorica, e qualche volta anche il formalismo logico, spesso si prestano a rendere  preziosi servizi ai sostenitori di pessime ragioni.
postato da tortora alle ore 17:14 | link | commenti (4)
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lunedì, 18 dicembre 2006

Welby

Quanti equivoci.
Tutti impegnati in uno sporco scaricabarile.
Chiesa e Stato.
Immagino con quanta ironia - se ha ancora la forza di ironizzare - avrà accolto, lui, le parole di Mons. Bertone: "Affidiamo a Dio il suo dolore". Come dire: speriamo che il Padreterno lo faccia schiattare presto, ma nessuno si permetta di chiudere l'erogatore dell'ossigeno.
E che ipocrito escamotage ha adottato il giudice del Tribunale Civile di Roma. Un'ordinanza che, in linea di diritto, è piena di confusioni concettuali, errori e sgrammaticature. A dire di Stefano Rodotà.
Di cui vi segnalo l'articolo pubblicato oggi su «Repubblica»:
Su Welby, l'occasione mancata dei giudici
Ineccepibile.
postato da tortora alle ore 19:29 | link | commenti (3)
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domenica, 17 dicembre 2006

Segreto e colore

Ogni blog esprime sempre la personalità di chi lo cura. Nel bene e nel male. E poiché le personalità son tutte diverse, la varietà dei blog è davvero molto ampia. Tuttavia è sempre possibile aggruppare i blog in base a certe costanti che li accomunano.
Quella che mi colpisce di più è la tendenza di certi blogger a dire – se possibile – tutto di sé.  Quel gusto, a volte decisamente perverso, di  “esibirsi” anche negli aspetti che meriterebbero un doveroso riserbo.
L’assurda aspirazione ad una comunicazione totale. Senza remore. Senza confini. Pronta a rompere ogni resistenza. A infrangere ogni barriera. E in fondo senza rispetto né per sé né per i possibili interlocutori.
Alla base c’è sempre un equivoco. Come se rovesciare in parole, a chiunque e in qualunque circostanza, certi aspetti della propria vita intima significhi essere davvero se stessi e, simultaneamente, essere autentici nei rapporti con gli altri. Come se mostrarsi  senza veli fosse il più alto indice di sincerità.
Naturalmente nessuno riuscirà mai a dire tutto di sé. Anche il “mettere in piazza" se stessi è sempre un offrire la rappresentazione di sé ritenuta - in quel momento, in quella circostanza - la più opportuna.
La trasparenza è un obiettivo inattingibile. La sincerità è un mito.
Solo gli animali sono senza veli. Solo le bestie non hanno niente da celare. Solo loro si mostrano sempre quali sono. Noi, esseri umani, siamo sempre quali scegliamo – consapevolmente o inconsapevolmente – di essere. Ci rappresentiamo agli altri come desideriamo che essi ci percepiscano.
Di noi non tutto possiamo dire a tutti, né tutto possiamo dire in tutte le situazioni. Una buona comunicazione è sempre un onorevole e serio compromesso tra dire e celare, esporsi e nascondersi. Nella comunicazione “pubblica” come in quella “privata”.
Anche nella comunicazione interpersonale privata non tutto quel che ci appartiene è conveniente dire a tutti. Come d’altra parte non è desiderabile sapere tutto dell’altro: foss’anche la persona più cara.
Come suggeriva il pensatore francese Jacques Derrida, bisognerebbe coltivare il gusto del segreto. Pensiamoci: se non c’è segno di segreto negli occhi dell’altro, non nasce la curiosità per l’altro.
Senza segreto non nasce interesse e tanto meno amore. Non c’è domanda. La fine del segreto sarebbe l'inizio dell'indifferenza. E laddove domina l’indifferenza, non cresce la conoscenza, né migliora la convivenza. Non c’è attrazione e neppure passione.
Il nostro sarebbe insomma un mondo tristemente grigio.
postato da tortora alle ore 17:56 | link | commenti (9)
categorie: filosofia, comunicazione, vitamoderna
lunedì, 04 dicembre 2006

Il limite

Sto attraversando un periodo di renitenza alla scrittura. Niente di strano, certo. Capita. Ma a preoccuparmi è che da qualche anno la cosa diventa sempre più frequente. Guardo quasi con nostalgia al tempo in cui ogni mattina, prima d'uscire, dedicavo un quarto d’ora a mettere su carta quel che sentivo e pensavo. Una pagina al giorno di una sorta di diario intimo. Considerazioni, giudizi, valutazioni da condividere con chi in quel periodo era signora della mia anima.
Non che manchino, ora, le cose da dire. Manca la voglia di dirle. E soprattutto di scriverle.
Circa un anno fa fui invitato a tenere una lezione introduttiva ad un ciclo dedicato al tema: «Limite dell’esperienza ed esperienza del limite». Preparai uno schema che fece da trama al mio discorso. Gli organizzatori dell’iniziativa hanno ora deciso di raccogliere in volume i contributi scientifici. Dovrei quindi “stendere” quegli appunti. Ma è proprio questo il problema: non mi va. O meglio, non mi riesce. Ogni tentativo mi sembra inutile. Ogni riga che scrivo mi sembra avere il suono di una moneta falsa. E poiché non riesco a scrivere se non cose che davvero sento e che avverto desiderose di venire alla luce, allora sto fermo.
Mi sono chiesto naturalmente perché. La mia prima risposta è stata che si scrive fin troppo: per le ragioni più diverse e quasi tutte estranee o alla mia sensibilità o alle mie esigenze. Ma anche questa risposta mi sembra – come dire? – insincera. O meglio, è sincera: credo davvero ad esempio che si scriva molto più di quanto si pensi; che si scriva di tutto, benché pochissime cose “resteranno”, pochissime supereranno la breve stagione della curiosità che esse hanno generato. Tuttavia relativamente al discorso filosofico sul “limite” avevo la sensazione che le ragioni della mia resistenza fossero interne al discorso stesso. Che la difficoltà fosse da mettere in relazione all’oggetto, al contenuto.
Nel corso della lezione – lo ricordo bene -– ebbi un momento di smarrimento quando accennai al dolore come limite dell’esperienza e, allo stesso momento, esperienza del limite. Qualche attimo. Fui assalito da ricordi: persone, situazioni, vicende. In un tempo brevissimo riemerse una parte di quel mio personale vissuto doloroso che ha segnato per me una soglia, o comunque un preciso confine, e che ha trovato sempre grosse difficoltà a manifestarsi a parole. Naturalmente “the show had to go on”. Sicché continuai il discorso passando rapidamente ad altro. Ma  finora, ogni volta che ho tentato d’iniziare a scrivere il saggio, ho sempre avvertito un’inquietudine che si è placata – senza se ne sia trovata una plausibile ragione – solo quando ho deciso di smettere, di rimandare ad altro momento.
Fino a ieri sera. Intervistato da Fabio Fazio, a domanda esplicita Mario Rigoni Stern, ricordando la sua esperienza di guerra, la ritirata di Russia del 1943, ha detto – con la decisione di chi sa il fatto suo e la saggezza del grande vecchio che ha vissuto a pieno la sua vita – che no, il dolore non si può raccontare.
Mi si è accesa una luce. Se il dolore non si può neppure raccontare nelle forme dell’arte, che valore può avere il ragionare sul dolore? Che  senso può avere la traduzione in termini concettuali dell’esperienza dolorosa, se non quello di un presuntuoso quanto sterile – e forse anche inopportuno – tentativo di “chiarificazione”?
Ed ora ho una certezza in più: anche lo scrivere sul dolore è dolorosa esperienza del limite.
postato da tortora alle ore 15:15 | link | commenti (11)
categorie: memoria, filosofia, affettiprivati

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Il saltimbanco dell’anima mia.
(Aldo Palazzeschi)

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