Mondo liquido

Della fragilità dei rapporti.
Degli opposti desideri.
lunedì, 26 marzo 2007

Anti o pro?

Ancora sul papa. Purtroppo.
Da ragazzo il termine anti-clericale m’infastidiva. Perché le posizioni “anti-” mi sembravano grette, ottuse: intellettualmente limitate. Preferivo gli atteggiamenti “pro-”.
Col tempo poi ho imparato che quelle “pro-” hanno talvolta un costo di accredito troppo alto: non mi riferisco alle difficoltà di scalfire la chiusura di chi la pensa in modo diverso, ma a quelle di farsi capire da chi - per qualunque ragione: nobile o ignobile - non vuole capire.
Ed ho imparato pure che in certe situazioni occorre essere “anti-”. È l’unica soluzione praticabile. Anche per non essere coinvolto in indesiderati equivoci. Per fare un esempio: tutti sono per la pace, ma neppure tutti i pacifisti sono contro la guerra.
E così mi sono scoperto anti-clericale.
Frutto dei tempi. Sotto il regime di un papa “tedesco di germania” che ha favorito l’ascesa alla conferenza episcopale italiana di un “vescovo-generale”, non si può non essere “anti-”. Il rifiuto è la cosa più dignitosa. Ora più che mai la dignità va coltivata come un bene prezioso, dal momento che viene barattata per molto poco.
A differenza di un ex presidente della repubblica che, con pubblica e solenne dichiarazione e con arrogante iattanza, fa – proprio ai nostri giorni! - atto di sottomissione al papa; io, per parte mia, pervicacemente mi ostino a non inginocchiarmi davanti a nessuno. Ma si sa, ognuno è fatto a modo suo, ed anche i picconatori di professione hanno un cuore: che seleziona bene a chi vanno dirette le picconate e a chi no.
E come non essere “anti”? Possibile accettare che il Papa e i vescovi ci dicano non solo come si fa il coniuge e il genitore, ma anche come si fa il medico, il farmacista, il parlamentare, e persino lo scienziato? Questo Papa, professore a tutto campo e in ogni campo, non solo prospetta il ritorno della Chiesa all’epoca anteriore al Concilo Vaticano II, con la messa in latino e il canto gregoriano (con tutto il rispetto per il canto gregorano, beninteso!), ma ormai ha lanciato una campagna aggressiva contro ogni espressione della modernità e della post-modernità. Affari suoi e di chi gli si affida se porta il “Popolo di Dio” fuori della storia. Ma è insopportabile che rivendichi un ruolo di guida non solo relativamente ai principi ma anche alla vita pratica. Insomma, questo si fa e questo no: anche al costo di andare contro la legge e gli ordinamenti che regolano la convivenza civile. E così sta creando lacerazioni in quello stesso “Popolo di Dio” che lui vuole riportare all’ovile.
Quella che offre Ratzinger è l’immagine di una Chiesa con l’acqua alla gola. In difesa. Una Chiesa che vede minacciosi fantasmi in ogni cosa. Una gerarchia ecclesiastica timorosa, che si sta avvitando su se stessa in preda agli incubi prodotti da una realtà che essa rifiuta perché ignora.
“Questa” Chiesa non farà molti passi avanti. Su nessun piano. Anzi!
postato da tortora alle ore 08:45 | link | commenti (10)
categorie: chiesa, religione, fede, vitamoderna
lunedì, 19 marzo 2007

Pitagora: la regola eterna del numero

Prima che la teledipendenza diventasse endemica – intendo la patologica dipendenza dalla televisione: con annesse crisi d’astinenza – s’ascoltava di più la radio. E più volentieri.
Era il 1974.  Mamma Rai mandò in onda una serie di straordinarie Interviste impossibili. Tra gl’intervistatori intellettuali di tutto rispetto: Arbasino, Calvino, Camilleri, Castellaneta, Malerba, Sanguineti, Sermonti, Squarzina, e tanti altri. Intervistati: uomini della storia politica e culturale della nostra civiltà. Personaggi d’ogni tempo e d’ogni luogo. Da Ludwig di Baviera a Picasso, da Plinio il vecchio a Marat, da Freud a Mozart, da Bismarck a Copernico, da Artusi a Dante. E tanti altri.
Molte le interviste davvero eccezionali. Le migliori furono raccolte in un volume intitolato, appunto, Le interviste impossibili.
La trasmissione è andata oltre, nel tempo, sempre con la stessa formula. Il personaggio storico, incalzato dell’intervistatore, parla di sé: delle sue idee, delle sue imprese, del suo mondo. Ed ogni intervistatore mette a nudo se stesso: non solo le sue curiosità intellettuali, ma anche la sua personalità, comprese talvolta le sue manie e le sue insoddisfazioni.
A parte la “situazione”, frutto dell’immaginazione dell’ intervistatore, tutto quello che i personaggi dicono è autentico: ed anche quando parlano dei nostri tempi – quelli dell’intervistatore, intendo – esprimono considerazioni e valutazioni assolutamente verisimili.
Ecco, si parlava di Festival della matematica. E di Pitagora.
L’Intervista a Pitagora l’ha fatta Umberto Eco. Un’intervista straordinaria. Meglio di cento lezioni cattedratiche. La leggo spesso nei miei corsi, perché fa capire subito quel che c’è da capire, ricostruendo un clima, un ambiente, che rende le parole di Pitagora ancora più intense, più significative.
La propongo qui all’attenzione degli spiriti affini.  È il mio modo per manifestare il mio interesse per la matematica. Il mio amore per numeri e rapporti. Musica, insomma.
postato da tortora alle ore 00:42 | link | commenti (6)
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venerdì, 16 marzo 2007

Dico sì o Dico no?

L’ormai anziano prof. Giuseppe Alberigo, studioso rigoroso ma anche uomo di fede sincera, tempo fa ha rivolto un appello alla CEI sul problema delle coppie di fatto.
Denunciava l'immeritata involuzione che sta subendo la chiesa italiana. «L'annunciato intervento della Presidenza della Conferenza Episcopale, che imporrebbe ai parlamentari cattolici di rifiutare il progetto di legge sui "diritti delle convivenze" è di inaudita gravità». E parimenti segnalava che con un atto di tale natura l'Italia avrebbe segnato un pauroso regresso anche per le relazioni Stato-Chiesa. «Denunciamo con dolore, ma con fermezza, questo rischio e supplichiamo i Pastori di prenderne coscienza e di evitare tanta sciagura, che porterebbe la nostra Chiesa e il nostro Paese fuori dalla storia». E concludeva: «Invitiamo la Conferenza Episcopale a equilibrare le sue prese di posizione e i parlamentari cattolici a restare fedeli al loro obbligo costituzionale di legislatori per tutti».
Il prof. Alberigo è un cattolico serio. In passato è stato molto presente nella vita della Chiesa italiana, con la sua perizia storica e con la sua competenza teologica. A proposito dell’ultima sortita del Papa – che non ha mai dismesso i panni del cane da presa, esprimendo ancora un “no” ai Dico e impegnando i parlamentari cattolici a non votare  quelle che per lui sono “leggi contro natura” – ha fatto sentire ancora una volta la sua voce. In un articolo su Repubblica «Quando la Chiesa sceglie di proibire», pubblicato qualche giorno fa, egli si interrogava sull'accoglienza che quell’ammonimento papale avrebbe avuto da parte dei comuni credenti. E segnalava: «È infatti noto che molti dei comportamenti censurati dal Papa sono praticati dalla grande maggioranza dei fedeli (ad esempio a proposito dell'esclusione dei divorziati dai sacramenti), anche di quelli "impegnati", né vengono censurati dal clero. Il pensiero va all'infausto esito di un atto per tanti aspetti analogo, l'enciclica “Humanae vitae" di Paolo VI, che ha conosciuto un rifiuto generalizzato in tutta la cattolicità». Inoltre il prof. Alberigo si mostrava preoccupato per questi orientamenti della Chiesa istituzionale, «che sembrano andare tutti, sia pure in diversa misura, in direzione del rafforzamento della funzione conservatrice che la Chiesa cattolica svolge in parecchie società contemporanee». E enunciava una serie di quesiti: «Ma i consiglieri del Santo Padre si sono interrogatì sull'impatto pastorale di un atto come questo? Sono sicuri che esso non introduca germi di dissoluzione piuttosto che di rafforzamento nel corpo ecclesiale? È ovvio che non tutto va in modo soddisfacente nella Chiesa cattolica, ma è proprio l'aspetto etico il più carente e dolente? O non é piuttosto l'appannarsi della trasparenza evangelica, che rende arduo a tanti riconoscere il Cristo e il suo annuncio al di là della corposa presenza del corpo ecclesiastico?». Concludeva infine: «È bene e sano che si parli e si esprimano convinzioni tanto autorevoli. È tuttavia incerto che la chiave “negativa” delle proibizioni sia la più convincente e la più adeguata a comunicare l'annuncio evangelico».
Segnalo tutto questo a beneficio di coloro che vivono con convinzione la loro fede cristiana e che della Chiesa cattolica hanno fatto la loro casa. Io resto dell’opinione che può darsi che i Dico affondino miseramente, ma tutte queste discussioni, con le lacerazioni che stanno provocando, aiutino comunque le coscienze dei fedeli a scegliere se guardare indietro o lanciare lo sguardo in avanti. Ora più che mai: Tertium non datur.
postato da tortora alle ore 11:10 | link | commenti (4)
categorie: chiesa, religione, fede
mercoledì, 14 marzo 2007

C'è festival e festival.

Oggi, tornando a casa, ho scorto un barbone seduto per terra. Seduto: non disteso a dormire, magari con una bottiglia di birra semivuota tra le mani. Abbastanza giovane, brunissimo, occhi vivaci. Accanto a sé un bustone di plastica con le sue cose. Sulle gambe un quotidiano. Ed in mano una matita. Quanto bastava per catturare la mia attenzione. Era concentrato nella lettura, almeno così pareva a me -, e ogni tanto staccava lo sguardo per lasciarlo vagare nel vuoto.
Mi sono avvicinato per capire: la scena era assolutamente insolita. Che cosa stava leggendo? Che cosa stava scrivendo?
Una premessa, io non amo praticare i giochi. Nessun tipo di gioco. Ma riesco a distinguere quelli più “intelligenti” e quelli meno. E, pur preferendo impiegare il mio tempo libero nella lettura d’un libro, riesco ad apprezzare chi invece lo dedica ad un gioco che metta in movimento l’intelligenza.
Ecco, il barbone stava facendo il Sudoku. La ricerca di rapporti fra numeri innesca straordinari meccanismi di osservazione e di rapporti intellettuali. Ed esprime fondamentalmente un bisogno di armonia. Quindi lo considero un bel gioco. Intelligente.
E dunque un pensiero folle. M’è piaciuto pensare che quel barbone si stava preparando a suo modo al Festival della Matematica. Che avrà luogo a Roma da domani al 18 marzo.
Il numero è principio i tutte le cose, diceva Pitagora. Una grande verità. Su cui dovrò tornare. In un prossimo post.
postato da tortora alle ore 19:27 | link | commenti (6)
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venerdì, 09 marzo 2007

Siamo tutti filosofi!

Un mio amico avvocato si lamenta che certi clienti si presentano al suo studio non solo con il loro problema ma anche con la soluzione che - secondo loro - lui  dovrebbe adottare. E commenta sconsolato: in Italia siamo tutti avvocati!.

Stesso commento da un altro mio amico: medico. Arrivano pazienti non solo con la descrizione analitica della loro sindrome, ma anche con la diagnosi, con l’indirizzo terapeutico, e – perché no – persino con le indicazioni farmacologiche. A lui non resterebbe altro che fare la prescrizione! “Perché veda, dottore, un mio conoscente, che aveva il mio stesso problema …”

Ecco, ora vorrei mettermi anch’io in questo bell’elenco di "lamentosi".
Perché sono in tanti a credere che a fare i filosofi tutti sono buoni. E che ci vuole! Ogni uomo è naturalmente filosofo. Proprio come ogni uomo è “naturaliter christianus”!
Di fronte a queste convinzioni, esibite con graziosa presunzione, in genere sorrido esercitando una rigorosa tolleranza.
Però ci sono persone che mettendo insieme filosofia e cristianesimo sparano banalità con la sicumera di chi possiede la verità. Ecco, confesso che in questi casi la mia capacità di tolleranza scende quasi a zero.
Mi costa molto: ma in questi casi, se non vengo esplicitamente provocato, mi costringo a pensare ad altro. Metto a frutto un importante insegnamento di Spinoza: per non essere schiavi d’una passione – in questo caso l’ira – non c’è altra soluzione che sostituirla con altra passione – in genere preferisco abbandonarmi a pensieri lussuriosi –.

Ma sentire in televisione un ministro della repubblica asserire cose che anche uno studente di filosofia non troppo sprovveduto sa di non poter dire ad un esame; e vederlo articolare argomentazioni inconsistenti come se stesse profferendo la più inoppugnabile verità  ... perché lui di filosofia ne capisce un po’, e dunque non viene a raccontare fandonie ...  ecco, questa è un’esperienza che neppure la più lussuriosa immagine, tratta dal mio pur nutrito repertorio mnemonico, mi consente di metabolizzare.

“La famiglia ha origine naturale … la legge di natura esige che la famiglia …”

Origine naturale? Legge di natura?
Onorevole ...
Ma mi facci il piacere, mi facci!

 

postato da tortora alle ore 14:25 | link | commenti (14)
categorie: chiesa, religione, filosofia, paroleparoleparole, controcorrente, piccolaitalia

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Chi sono?
Il saltimbanco dell’anima mia.
(Aldo Palazzeschi)

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