Mi manchi d’amorire.
Così Sara ha scritto al suo Rob, col pennarello nero, sul bordo della fontana dei Giardini Bellini di Catania.
E pure una bella, appassionata, dichiarazione d’amore.
Perché si può “morir d’amore” – amorire, appunto – solo per l’assenza di qualcuno che si ama davvero tanto.
Colpo d’ingegno? O ignoranza ortografica?
Un sospetto che la lettura di altri graffiti della loquace Sara ha rapidamente dissolto.
La seconda che ho detto.
Dureranno a lungo: forse più a lungo dell’amore per quel ragazzo che ora, nei suoi sogni, a lei sempra un’angelo.
Come la sua ignoranza.
Alla ricerca scientifica ho riservato, fin da giovane, ogni attenzione. Ed anche buona parte delle mie energie: non solo intellettuali. Senza ricerca nessun paese può progredire: un’ovvietà, questa, che poi molti dimenticano quando si devono prendere decisioni politiche. Ma per un progresso reale occorre pure che alla ricerca siano assicurate, oltre che le necessarie risorse economiche e umane, anche ogni garanzia di libertà, sia sul piano dell’iniziativa che su quello delle regole e delle procedure. Chi non vuole queste cose, semplicemente non vuole la ricerca. O non vuole una vera ricerca.
Nel post precedente si accennava alla pretesa del papa di insegnare agli scienziati come si fa scienza. Una pretesa assurda. Non solo per i contenuti, ma anche per una questione di metodo. Su questa pretesa sono intervenuti da tempo alcuni tra i più autorevoli uomini di scienza italiani. Da parte mia aggiungo che si tratta di una pretesa molto dannosa anche per la Chiesa stessa.
Ne ho parlato già nello scorso settembre, in un breve scritto che non ha mai visto la luce. Lo propongo qui:
Allo stato attuale, uno degli “effetti collaterali” di questa miope campagna del Papa contro la cultura e la scienza del nostro tempo è la mobilitazione delle intelligenze “laiche” nel riesame critico dei rapporti tra scienza e fede. Da noi uno degli esiti è il numero di febbraio della rivista
Sono stati chiamati a dare un contributo di riflessione scienziati e pensatori di ogni estrazione e dei più diversi campi disciplinari. Alcuni titoli sono davvero esplosivi: «Perché quasi certamente Dio non esiste»; «E liberaci da Dio»; «Il creatore non ha superato l’esame»; «Il nuovo oscurantismo», e così via. Tra gli autori: Richard Dawkins, Daniel Dennet, Massimo Pigliucci, Antonio R. Damasio, Steven Pinker, Ian Tattersall, Tecumseh Fitch e molti altri.
Val la pena di ricordare che il motto della rivista è
Un'esortazione che risale alle Epistole di Orazio. Nell’epistola 1,2 destinata a Massimo Lollio, il poeta rivolge all’amico l'invito a «risolversi a essere saggio» (v. 40) dedicandosi finalmente alle cose serie.
Ma l’espressione dice molto di più. Il filosofo Immanuel Kant l’indica addirittura come il motto dell’Illuminismo. Interessante quanto Kant dice nel suo scritto Risposta alla domanda: che cos'è l'Illuminismo? (1784):
«L'Illuminismo è l'uscita dell'uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a se stesso. Minorità è l'incapacità di valersi del proprio intelletto senza la guida di un altro. Imputabile a se stessa è questa minorità, se la causa di essa non dipende da difetto di intelligenza, ma dalla mancanza di decisione e del coraggio di far uso del proprio intelletto senza essere guidati da un altro. Sapere aude! Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza! È questo il motto dell'Illuminismo».
L’esortazione dunque – come si comprende - è valida ancora oggi. Forse oggi più che mai.
«Sapere aude»! Perché ci vuol coraggio.
Non solo per abbandonare le piccole e facili certezze del senso comune. Quelle certezze rese all’apparenza più “rassicuranti” dal fatto che sono ampiamente condivise: come se la quantità, l’ampiezza del consenso, fosse una garanzia della certezza della “verità”.
Ma ci vuole coraggio soprattutto ad iniziare un nuovo percorso di conoscenza. E occorre coraggio anche a restare fedele alla scelta di “sapere”: perché tale fedeltà – a se stessi, in fondo – ha sempre un costo molto alto. Tra cui – ove necessario - persino il disagio connesso alla revoca in dubbio delle verità che abbiamo più care, quelle che ci sono sempre apparse davvero incrollabili e indiscutibili.
Ci vuole coraggio per aprirsi al nuovo. Il sostantivo italiano “sapere” viene dal latino “sapio”: un verbo che è insieme transitivo e intransitivo. Significa “aver sapore” ma anche “assaporare”. Aprirsi ad un nuovo sapore – ognuno lo sa - implica sempre il rischio di una delusione. Ma senza quel rischio, senza quell’atto di coraggio, quante belle cose stupidamente perdiamo!