C’è un disturbo della lettura - dislessia - per il quale, ad esempio autobus diventa aubotus, teologia diventa etologia, e – scusate la blasfemia - god diventa dog. Si tratta di spostamenti di lettere o di sillabe all’interno d’una parola. Metatesi, insomma. Qualcuna proprio divertente: come quando sotto dettatura diventa sotto tettadura.
Ora, lui legge la notizia che un famoso industriale lo ha definito lanzichenecco della finanza. Percepisce, per errore dislessico, che è stato definito lanzinechecco della finanza. Solo dislessia? No, anche un po’ d’ignoranza. E dunque va su tutte le furie. Checco, lui? Lui un checco? Non sia mai detto. E, con la iattanza tipica dei "coatti", si sfoga al telefono: «Lanzinechecco a me? Lanzinechecco a uno che se tromba 'a Falchi tutte le sere?».
Alberto Savinio, parlando della scrittura, diceva: «Alcuni errori sono più che felici, sono provvidenziali». Mai come in questo caso. La goccia che fa traboccare il vaso, come dice colei che riferisce la notizia a mezzo stampa. La trombata, infatti, ha deciso di troncare col trombadore, col quale - a suo dire - ormai ha in comune non grana ma grane.
Già, ma chi è il trombadore?
Vorrei che qualche ragazza, o giovin signora, mi spiegasse le ragioni di preferibilità di quel particolare
slip appartenente alla classe dei
perizoma e comunemente indicato in forma abbreviativa e semplificativa come
internatica.
Capisco le ragioni dell’estetica, anche se non capisco quale valore estetico possa avere quando indossato da persone – come dire ? – ben in carne.
Secondo me – ma la mia ottica è limitata, da molti punti di vista – non serve a granché. Oltre ad essere antigienico, è anche scomodo. E non è neppure efficace sul piano erotico.
Insomma l’internatica non favorisce neppure l’internautica.
La navigazione tattile tra le zone erogene è, per la mano desiderosa, più coinvolgente nell’intimità del nascondimento.
O no?
Ansa
2007-06-23 11:59 |
| Bagnasco: trovato mittente lettera |
E' un uomo di Cuneo che voleva far incolpare due albanesi |

(ANSA) - GENOVA, 23 GIU - E' stato identificato e denunciato il mittente della lettera con tre proiettili recapitata il 9 giugno al presidente della Cei Bagnasco. Si tratta di un uomo di 43 anni residente a Cuneo che ha agito non per motivi politici, ma per vendetta nei confronti di due albanesi sui quali voleva far ricadere la colpa della lettera che conteneva minacce.
Niente politica, dunque.
Niente br.
Mi fa piacere.
Perché sono stati sbugiardati tutti quelli che hanno cavalcato la tigre.
Piccoli meschini calcoli a fine di interessata propaganda (fide?). |
Ha fatto il percorso intero: Pci, Pds, Ds.
Faccia simpatica, da ragazzo ben educato. Sguardo intelligente. Sottile ironia al momento giusto. Sempre “saggio” nei giudizi.
Piace alle margherite e alle rosenelpugno. Piace alla leadership dei ds e a buona parte della base del partito. Non dispiace a qualche altra miniformazione dell’area di centrosinistra.
Ma – attenzione! - piace anche al leader degli industriali. E certamente non dispiacerà a Bush.
Si aggiunga poi che ha guadagnato stima internazionale come amministratore pubblico di una della grandi capitali d’Europa. È considerato abile nell’uso dei media per la comunicazione: un vero uomo del nostro tempo! È ritenuto un esperto di cinema. E scrive pure libri di successo!
In questo periodo di lui si dice che – lui sì - porterà alla Terra Promessa la sinistra moderata che si è unita nel Pd. Sinistra moderata! Gli altri sono solo sinistri. E se proprio bisogna etichettarli con un aggettivo: sinistra estrema, sinistra radicale.
Ma chi è? L’unto del Signore? Il novello Salvatore?
Nell’area di centrodestra qualcuno lo teme perfino. Un pericoloso concorrente: naturalmente per la destra. Ma c’è anche qualche destro che se ne frega. E solo qualche moderato fanatico (un vero ossimoro vivente) attualmente in affanno – gli manca molto il potere, e pertanto, quasi come un vecchio pensionato, va facendo passeggiate sui sette colli di Roma per incontrare qualche conoscente con cui sfogare il malessere della crisi d’astinenza – solo costui sostiene con la consueta iattanza – ma chi gli crede più? manco i suoi ex ! - che comunque lui “se lo papperà” ben bene.
Mah!
A., che, tra le tantissime virtù ha anche quella – molto apprezzata – d’essere una brava donna di casa, mi faceva notare una sorprendente anomalia. A questo punto dell’anno solare, con temperature così alte, e con questo clima africano, tanto umido da togliere il respiro, ancora non si è posto, in casa, il problema delle formiche.
Le ho risposto – con una sicurezza ed una decisione che hanno sorpreso anche me -– che pure le formiche ormai ci hanno schifato.
Con tutta ‘sta munnezza che c’è per le strade e con tutta ‘sta puzza che c’è nell’aria, pure loro hanno pensato che era più igienico restare ben chiuse nelle loro piccole tane.
Allora: perché quei due film mi hanno colpito?
Si dice comunemente che i sensi sono le nostre finestre sul reale. La realtà quindi è, per noi, quella che noi percepiamo attraverso i nostri cinque sensi esterni.
Ma è difficile – e per taluni irritante – dover ammettere che la realtà non è, in se stessa, tale quale la percepiamo. O comunque non siamo in grado di dirlo. Le cosiddette “qualità oggettive dei corpi” (durezza, colore ...) non solo altro che dati sensoriali. Il mondo, pertanto, non è nient’altro che una “rappresentazione”.
Ben diverso esso sarebbe, infatti, se disponessimo, per natura, solo di quattro sensi. E ben diverso sarebbe se, per ipotesi, ne avessimo sei o sette.
Ma c’è di più. I sensi ci permettono di “costruire” un mondo che per ciascuno di noi è il nostro proprio mondo. Infatti i sensi non funzionano in tutti allo stesso modo. Ed anche nel singolo non funzionano sempre alla stessa maniera. Ognuno quindi ha il proprio mondo perché ognuno ha costruito, con la sua esperienza sensibile, una propria immagine del mondo.
Tuttavia uscire dal “realismo ingenuo” appare istintivamente come dover ammettere un’irriducibile precarietà dei nostri rapporti con le cose e con gli altri. E, per dare oggettività e stabilità al “nostro” mondo, noi trasformiamo le nostre sensazioni in proprietà caratteristiche dell’oggetto che percepiamo. Insomma, si voglia ammetterlo o no, niente è più virtuale del reale.
Ma perché ci costa riconoscerlo?
Perché sulla stabilità del “nostro” mondo fondiamo la stabilità della nostra personalità. La certezza che questo mondo sia in se stesso come lo conosciamo e che esso è proprio così per tutti, ci mette al riparo dallo smarrimento e dall’eventualità dell’incomunicabilità con gli altri. Anzi ci rassicura sulla inalterabilità dei rapporti che abbiamo quotidianamente con gli altri e con noi stessi.
E questo è esattamente ciò che si coglie nei due film.
Un mondo senza i soliti rumori non è il “mio” mondo, e la cosa m’inquieta e addirittura mi angoscia perché sento in pericolo la mia stessa stabilità. La perdita della vista altera non solo i rapporti con la realtà, ma anche quelli con gli altri. Altera anche i rapporti affettivi con gli altri. E poiché anche su questi rapporti si fonda la nostra identità personale, quella perdita mette in pericolo la continuità con noi stessi e la stabilità della nostra identità.
Se il “mio” mondo - ossia la mia immagine del reale - va in frantumi, coinvolge nella sua rovina anche me stesso. Tutto me stesso.
Poiché il post, in cui mi propongo di esporre le ragioni per le quali mi hanno colpito i due film di cui ho parlato nel post precedente, è da considerarsi ad alto rischio, ritengo doveroso farlo precedere dalle seguenti
AVVERTENZE
Indicazioni: Ristabilimento del corretto rapporto cognitivo con la realtà.
Controindicazioni: Abnorme e incontenibile intolleranza ad ogni forma di riflessione teoretica. Avversione irriducibile per ogni tipo di relativismo conoscitivo ed etico.
Note: Nessuna azione esercita sugli individui che, soprattutto per formazione e per pratica religiosa, abbiano vincolato la propria identità personale a principi assoluti e a valori eterni.
Effetti collaterali: Raramente sono stati registrati in letteratura casi di disorientamento intellettuale, disturbi del rapporto con il reale, anomalie nelle relazioni con gli altri e con se stessi. Rarissimi i casi di perdita d’identità.
Posologia: Non più di una volta nella vita. In caso di superdosaggio accidentale è consigliabile praticare l’astinenza integrale da ogni attività filosofica e/o parafilosofica. In caso di superdosaggio coattivo è necessario - per la diagnosi, per la valutazione del rischio e per la terapia personalizzata – ricorrere all’intervento in prima istanza dello psicanalista e, laddove le evidenze ne mostrassero l’indispensabilità, a quello dello psichiatra.
Ricco il programma del NapoliFilmFestival.
Le cose più nuove, tra i lungometraggi, sono i film del Concorso «Europa-Mediterraneo». Molti dei quali, per varie ragioni, non entreranno mai - o mai a pieno titolo, o mai a pieno regime - nella programmazione ordinaria delle nostre sale cinematografiche.
E ho visto poi qualche corto.
Molte cose interessanti, per i motivi più diversi.
Ma mi hanno colpito subito due pellicole che hanno ad oggetto, ciascuna, uno dei cinque sensi. Una parla dell’udito e l’altra della vista.
Primo film. Un bel cortometraggio: ma non troppo corto.
Confesso che ho un’intolleranza un po’ anomala ai rumori. Un’istintiva avversione ai rumori “continui” e innaturali: meccanici. Al punto che, nelle notti in cui il sonno è disturbato dal rumore di una turbina di un ventilatore di galleria della Metropolitana Collinare, sistemato proprio sotto casa mia, finisco col desiderare – lo so che è un assurdo, lo so che è pure una specie di bestemmia, e lo so che è offensivo per chi l’udito non ce l’ha - un mondo senza rumori. Noiseless. Si immaginerà quindi l’entusiasmo con cui mi sono disposto a vedere la pellicola dal titolo «Noiseless Hotel».
Location: l’Albornoz Palace Hotel di Spoleto. Il cast di tutto rispetto: Carlo Delle Piane, nei panni di un anziano architetto pieno di manie; Laura Lattuada: una stressata donna in carriera; Antonio Catania: uno stanco medico “professore”; Dario Bandiera: un giovane erede di una potente famiglia mafiosa. Chiara Montenero, sceneggiatrice del film, è la “portiera” dell’Hotel che, con una serietà che sul volto assume quasi l’aspetto di un ghigno, augura, a ciascuno degli ospiti, la buona notte: sogni d’oro. Il regista: Luigi Favali.
L’albergo, nella pubblicità, propone agli eventuali clienti il silenzio quasi totale: quanto di meglio per riposare, per allentare lo stress quotidiano. Al Noiseless Hotel i quattro personaggi scoprono però che il silenzio è assordante: non sono in grado di sopportarlo. Hanno la percezione claustrofobica di non poter oltrepassare le porte e le pareti isolanti delle camere. E dovunque tutti i suoni – da quello dei passi sul pavimento insonorizzato, a quello delle chiavi che girano nelle serrature - sono talmente ovattati da sembrare innaturali. E inumani. E finiscono col creare una sensazione d’insopportabile angosciosa solitudine. Impossibile dormire. Per assopirsi un po’, i quattro protagonisti non trovano altra soluzione che riprodurre, maniacalmente, quei rumori che nella vita quotidiana costituiscono i frammenti dell’ignorato sfondo della loro esistenza.
Il secondo film è «Sin ti» (Senza di te), del regista spagnolo Raimon Masllorens. Protagonisti: Ana Fernández, Pep Munné, Carolina Pfaffenbauer.
Lucia, una pittrice sposata con due figli – vita felice e tranquilla - a causa di una caduta in casa, nella doccia, perde la vista. L’incidente, naturalmente, le cambia radicalmente la vita. La pone in una condizione che lei, a tutta prima, rifiuta fino a tentare il suicidio. Ma proprio questo straziante tentativo la induce ad una coraggiosa inversione di rotta. Quel ch’è perduto è perduto, certo; ma lei tenta di recuperare per altre vie quel mondo a cui ha dovuto forzosamente rinunciare. E anzi tenta, con l’aiuto di una intelligente e sensibile “rieducatrice”, di sperimentare nuove modalità di rapporto con la realtà che ordinariamente, da “normali”, non teniamo in gran conto; perché la vista, certo, “dà”, ma sotto certi altri aspetti, toglie.
Con la perdita della vista per lei inizia un viaggio all'interno di se stessa, scoprendo di sé cose che prima non riusciva neppure a immaginare. Alla fine si separa dal marito che, lui sì, non riesce a sopportare il trauma. Ma recupera l’affetto dei figli, che inizialmente non si rassegnavano ad accettare “quella” madre.
Il film dunque narra la storia di questa ricostruzione, l’esperienza di questo “potenziamento” d’esistenza. Racconta questo passare dalla percezione di essere, per gli altri ma anche per sé, non altro che un’ombra, - e, soprattutto per i familiari, una presenza fastidiosa, da “rimuovere” -, fino alla riappropriazione di se stessa, alla riconquista di un proprio posto e di un proprio ruolo nel mondo.
Allora: perché questi due film mi hanno particolarmente interessato?
Lo dirò nel prossimo post.
Di Giuseppe Alberigo, studioso di Storia della chiesa cattolica, voglio ricordare qui, in occasione della sua scomparsa, che fu, come pochi cattolici, laici e sacerdoti, uomo alla ricerca di un'autentica fede religiosa e, insieme, intellettuale rispettoso della propria intelligenza.
Un vero scandalo. Per molti. Dentro e fuori la Chiesa.
Un personaggio scomodo. Soprattutto per la gerarchia ecclesiastica.
Il quotidiano Repubblica, a cui egli ha spesso collaborato, gli ha dedicato oggi una bella pagina curata da Giovanni Filoramo.
Di lui ho ricordato le recenti posizioni nel post «
Dico sì o Dico no?» del 16 marzo 2007.
Agenzia Ansa, ore 19:58 di ieri.
Secondo una ricerca dell’European Interactive Advertising Association, in Europa una mamma su tre, con figli di eta' inferiore ai 18 anni, naviga in Internet.
La ricerca segnalava anche un altro dato interessante: il fenomeno è decisamente in crescita.
E questa è la buona notizia.
Ma a raffreddare il mio entusiasmo è un altro risultato.
In Italia soltanto il 30% delle madri usano la rete.
Certo, anche da noi il fenomeno è in crescita: di un buon 15% .
Ma «in termini assoluti - dettava l’agenzia di stampa - l'Italia e' fanalino di coda in Europa».
Insomma, per ora c'è poco da vantarsi. Anche in questo campo.