Mondo liquido

Della fragilitĂ  dei rapporti.
Degli opposti desideri.
sabato, 28 luglio 2007

Delle passioni

Nei commenti al post «Protect me», l’espressione «what I want» è stata intesa nei termini correnti di «desiderio». E naturalmente s’è dato per implicito che l’oggetto del desiderare sia sempre qualcosa di buono, di desiderabile. Ma «what I want» può indicare anche, ad esempio, ciò verso cui siamo attratti. E qui la cosa diventa un po’ più torbida. Perché non sempre ciò verso cui avvertiamo attrazione è qualcosa di “positivo”.
Non a caso ho accennato all’esistenza, in ciascuno di noi, di un pozzo senza fondo, in cui si trova il meglio ma anche il peggio di noi stessi. Esistono infatti passioni distruttive e autodistruttive: le quali sono ben radicate in ognuno di noi. Non possono essere rimosse, annullate, eliminate, e neppure neutralizzate. Possono solo essere bypassate, e sostituite con altre passioni.
Ecco, l’invocazione «Protect me from what I want» la intendevo non tanto e non solo come bisogno di protezione dai desideri troppo alti, troppo ambiziosi; da quei desideri irrealizzabili, o magari destinati inevitabilmente ad un fallimento che potrebbe gettarci nella prostrazione. Ma la intendevo anche e soprattutto come bisogno di protezione dalle “volizioni” che esprimono passioni distruttive, quella voglia di fare e farci del male. Da quelli che comportano il decremento della nostra vitalità, il depotenziamento qualitativo della nostra vita, dei nostri rapporti con noi stessi e con gli altri.
E in questo mio discorso il buddismo non c’entra. Il buddismo – come si dice - non è nelle mie corde. C’è piuttosto quanto s’è detto delle passioni in tutta la filosofia dell’epoca cosiddetta “moderna”.
postato da tortora alle ore 12:11 | link | commenti (5)
categorie: filosofia, desiderio, felicitĂ , buonocattivo
sabato, 21 luglio 2007

Resipiscenza?

Questa è bella.
Leggo sul giornale che Bush -per assicurare il mondo intero che a Guantanamo sarà rispettata la Convenzione di Ginevra - ha emanato un ordine esecutivo indirizzato alla Cia: Basta torture sui prigionieri.
A Napoli una notizia così viene commentata con un ironico:  'O scupolo d'o ricuttaro.
Insomma: lo scrupolo del magnaccia.
O forse, non di scupolo si tratta, ma solo di un atto propiziatorio. In vista della colonscopia, meglio tenersi buoni gli dèi.
postato da tortora alle ore 11:27 | link | commenti (7)
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lunedì, 16 luglio 2007

Protect me

Protect me from what I want
Questo è quanto diceva un graffito che m’è capitato sotto gli occhi, l’altro giorno, nel corso di un frettoloso ritorno a casa nel bel pieno dell’opprimente calura estiva.
L’espressione, resa in bella scrittura, a tutta prima non mi ha colpito più di tanto. La mia mente forse era altrove. E dunque non è scattato il naturale aggancio al brano dei Placebo, da cui quasi sicuramente il graffito ha tratto ispirazione.
Tuttavia, mentre procedevo sudato e a passo svelto, ogni tanto ripetevo dentro di me: «Protect me from what I want». Quasi in forma di ripetizione rituale. Scandendo lentamente l'espressione, come per assaporarne il gusto d'insieme e quello dei singoli ingredienti. E pronunciandola  in modo da dare alla frase il suo ritmo naturale.
Poi … è scattato l’agguato. Il nostro pensiero è il nostro vero nemico.
Che cos’è, per me, what I want? Che cos’è che, nel profondo, desidero veramente?
S’è aperto un pozzo senza fondo.
Questa è una delle domande che, poste a se stessi senza troppi filtri, non può che generare smarrimento. Non può che  produrre un’esperienza di auto-destabilizzazione, di erosione dell’immagine che abbiamo costruito – e coltiviamo - di noi stessi.
Il quel pozzo c’è del buono, certo; ma anche il peggio di noi. Quell’orrido "peggio" da cui nasce l’invocazione: Protect me!  Quel peggio rispetto al quale conviene però che ognuno appresti da sé, in prima persona, le necessarie protezioni.
postato da tortora alle ore 14:11 | link | commenti (8)
categorie: memoria, desiderio, felicitĂ 
lunedì, 09 luglio 2007

Seneca. Non Tertulliano. E tanto meno Martino.

Ho particolarmente apprezzato il commento di Raffaele al post precedente, con quell’espressione tratta dalla più schietta cultura popolare dell’entroterra napoletano. A proposito: chi ne volesse la traduzione/spiegazione, basta chiederla: Raffaele – ne sono sicuro - non si sottrarrà al compito. Io certamente non mi sostituirò a lui. Non ho il gusto e la potenza descrittiva di cui lui ha spesso dato prova sul suo blog, quanto a cose della nostra terra.
Sempre circa il precedente post: niente di personale. Lo dico a rassicurazione della premura, nei miei riguardi, manifestata da Roquentin nel suo commento.
O meglio, qualche ragione per recriminare ce l’avrei ancora: per eventi passati. Ma ormai non ci penso neppure più. L’uomo è animale d’abitudine: fa il callo a tutto, e finisce col metabolizzare tutto. Anche gli esiti di prevaricazioni e di omissioni compiute in nome di una presunta “ragion di stato” certamente non condivisa. La logica della sopravvivenza  non ti fa neppure incazzare più.
Ma per il presente vedo in giro, da ogni parte, ancora molto opportunismo e molto trasformismo. Molta doppiezza e molta ipocrisia. Lupi che fanno le pecorelle, e pecorelle che trovano la loro utilità nel fare le pecorelle: ossia nel consentire a tutto chiudendo occhi orecchie e bocca. Anche nel mio ambiente di lavoro, ma non solo. Anzi!
Vedo sempre più raramente – embè, la dico ‘sta cosa fuori moda – sussulti di moralità. Domina in ogni settore, pubblico e privato, una logica utilitaristica che finisce con una forma di giustificazionismo generalizzato: che va dal semplice “tengo famiglia” fino al più scaltro “se non profitto io, finirà col profittarne un altro.”
E vabbè, lo confesso. Sto invecchiando male.
Oppure, più semplicemente ho bisogno di riposo.
Oppure sto invecchiando male e ho bisogno di riposo.
Oppure sto invecchiando male perché ho bisogno di riposo.
Oppure ho bisogno di riposo perché sto invecchiando male.
Delle cose umane è sempre difficile farsi un’idea precisa!
In margine.
Qualcuno s’è meravigliato che al mio post ho dato un titolo – a suo dire – di matrice cristiana. Anzi cattolica. E, ben conoscendo i miei sentimenti “laici”, me l’ha fatto notare, in comunicazione privata, un po’ scherzando e un po’ facendo sul serio. Il riferimento è alla antica concezione del cristiano come “Miles Christi”, di cui s'è conservata traccia fino al vecchio Catechismo Cattolico. In cui si diceva appunto che il sacramento della Cresima rende  il cristiano “soldato di Cristo”.
La concezione risalirebbe a S. Martino vescovo di Tours, IV secolo d.C., ex soldato dell'esercito romano. Che restò "soldato" anche da "cristiano".  Ma nel suo nucleo essenziale la concezione sembra essere ancora più antica. Conviene ricordare, ad esempio, che Tertulliano, vissuto tra il II e III sec., in Ad martyres, cap. III, ricorda agli incarcerati a ragione della fede: “vocati sumus ad militiam Dei vivi”; specificando che: “nemo miles ad bellum cum deliciis venit”.
Detto questo, però, ricordo che l'ispirazione mi è venuta, invece, dalle Epistulae morales ad Lucilium,  XVI, 5, di L. A. Seneca. Qui l'autore si rivolge all'amico - che, “come le colombelle”, si lascia andare ad una esistenza disimpegnata, anzi vivendo la vita di coloro che “si garantiscono la sicurezza col disonore” - ammonendolo, con affettuosa severità, nei seguenti termini: “Atqui vivere, Lucili, militare est”. 
postato da tortora alle ore 19:53 | link | commenti (7)
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sabato, 07 luglio 2007

Vivere militare est

Certe manifestazioni di presunta saggezza proprio non riesco a digerirle. Certe affettate esibizioni di equilibrio, di moderazione, mi danno fastidio. Quasi sempre considero l’equidistanza espressione di uno spirito meschino e di un modo di vivere obliquo.
Certi modi equivoci di pensare e di agire li rifiuto istintivamente, dal più profondo di me stesso. Atteggiamenti, nel caso migliore, da benpensanti piccolo-borghesi, quando non denunciano addirittura una drammatica assenza a se stessi tipica della mentalità servile. In ogni caso espressioni di un conservatorismo quietistico proprio di quel tipo d’uomini che nella tradizione siciliana - come ricordava Leonardo Sciascia ne “Il giorno della civetta” - vengono indicati come mezz'uomini, ominicchi, pigliainculo e quaquaraquà. Individui votati alla mera sopravvivenza, alla cura delle loro piccole cose e con le loro meschine certezze. Che hanno paura delle proprie parole e anche dei propri pensieri. E finanche della propria ombra. Timorosi anche quando non ve ne siano i motivi o, peggio, quando è necessario uscire allo scoperto. Conniventi con ogni genere di malfattori: con i loro silenzi, con la loro inerzia, e pure con la loro velleitaria aspirazione ad un’impossibile armonia universale.
E' davvero ampio il repertorio dei modi di eludere le responsabilità personali e di sottrarsi al giudizio di valore, e talvolta di moralità, su persone, azioni, situazioni. Tutti supportati e “giustificati” da solenni massime sentenziose: “Ai posteri l’ardua sentenza!”; “Il tempo è galantuomo: prima o poi esprimerà il suo verdetto”; “Sarà la storia a rendere giustizia”. Espressioni che troppo spesso mettono a nudo l’opportunistica mancanza d’orientamento, la deliberata elusione dell’obbligo di assumere una posizione, la colpevole riluttanza – per usare l’espressione biblica – a “gridare dai tetti la verità”.
Certe “sagge” affermazioni talvolta suonano addirittura offensive. Ad esempio a chi aspetta giustizia qui ed ora: perché quella che gli renderà la storia arriverà inevitabilmente troppo tardi. E poi, quale verdetto può eprimere il tempo, dal momento che la storia la fa chi vince, e quasi sempre a vincere sono proprio quelli contro cui oggi dovremmo scagliare come pietra il nostro sdegno?


postato da tortora alle ore 14:05 | link | commenti (5)
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martedì, 03 luglio 2007

Campione!

Roberto Formigoni, governatore della Regione Lombardia, ha istituito una scuola di formazione politica. Lui è sempre stato sensibile alla formazione culturale dei giovani. Destinatari, naturalmente, i ciellini. Lui è sempre stato molto sensibile alla formazione dei giovani cattolici integralisti e conservatori. Per uno dei seminari culturali ha convocato nientedimeno che Silvio Berlusconi. Il Formigoni è stato sempre molto attento ad offrire ai giovani il meglio dell’elaborazione culturale presente sul mercato. Il Berlusca naturalmente ha svolto una lezione da par suo. Non poteva deludere tanta attesa, sia del responsabile della scuola, sia dei giovani desiderosi di sapere e di capire. Anzi era talmente preso dal ruolo e dalla passione politica che, con “un linguaggio rozzo ma efficace”, com’egli stesso ha sottolineato, ha cominciato a lanciare doverosi insulti. A manca naturalmente, solo a manca. Anzi la passione gli ha preso la mano, tanto da indurlo a definire “stronzate” le cose dette da Prodi nella scorsa campagna elettorale. L’uditorio, apprezzando l’alto livello culturale dell’intervento, e la profonda ispirazione morale di quel discorso, ha manifestato la sua entusiastica approvazione con un quasi interminabile applauso.  "Volevo andare in televisione a raccontare cosa aveva fatto il nostro governo – ha detto testualmente SB - ma ci sono andato solo due volte e sempre con Prodi, e ho avuto un minuto e mezzo per rispondere alle domande del giornalista e a replicare alle stronzate di Prodi".
Il ruolo della vittima gli ha sempre portato bene. E lui, che lo sa, continua a lamentarsi. Gli hanno scippato la vittoria alle elezioni. Ma era tutto preordinato. Una piano diabolico, se si considera che già nella campagna elettorale gli hanno riservato tanto poco spazio in televisione per esporre le proprie idee.
Prima che insorgesse Vespa a dargli ragione, Paolo Gentiloni ha però sentenziato: in Tv Berlusconi ha parlato 10 ore piu' di Prodi. Per la precisione: tempi totali di parola: Prodi 14,36 ore, Berlusconi 24,15 ore. Il ministro delle Comunicazioni anzi è sceso fin nel dettaglio:
  • A Prodi sono state riservate: 6 ore e 38 minuti sulle reti Rai; e 6 ore e 33 minuti su Mediaset.
  • A Berlusconi sono state dedicate 7 ore e 31 minuti sulle reti Rai; e 14 ore e 22 minuti su Mediaset. Il resto: mancia.

Eh sì, è finita l’epoca degli yes-men. Mai un Gasparri si sarebbe potuto permettere tanto puntiglioso ardire.
Non ho ancora avuto notizia di irritate reazioni di SB alle dichiarazioni del ministro sinistro. Penso anzi che, tutto sommato, egli non abbia a dolersene. Considerato che in campagna elettorale le cose dette da SB non sono state certamente di livello superiore a quelle dette da Prodi, e avendo avuto più tempo in TV, SB risulta ancora una volta campione. Avrà pure perso le elezioni: un’operazione prodi-toria; anzi, per dirla tutta, una rapina. Ma il titolo di Campione di stronzate spetta a lui. E solo a lui.
I numeri sono numeri.
Echecacchio!

postato da tortora alle ore 18:02 | link | commenti (3)
categorie: politica, personaggi, paroleparoleparole, informazione, potere, partiti, piccolaitalia

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Chi sono?
Il saltimbanco dell’anima mia.
(Aldo Palazzeschi)

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