Stamattina mi son svegliato di buon’ora: come al solito. E di buon umore. Avevo intenzione di scrivere.
Roba “professionale”, naturalmente. Un argomento coinvolgente.
È da un po’ che ci penso. E sempre con piacere. Del resto la dice lunga il fatto che nei giorni scorsi, anche quando ero impegnato in altre imprese, il pensiero, appena possibile, correva lì, alle cose che avrei voluto scrivere.
Ieri notte mi son detto: comincerò domani, di primo mattino, a mente fresca.
Sicché stamattina …
Ecco, nel silenzio dell’alba cittadina giravo per la casa senza prendere l’iniziativa. Volevo e non volevo scrivere. Non era pigrizia. Ero in uno stato d’animo strano e piacevole. Trovavo difficoltà a tradurlo in parole.
Eppure - mi dicevo - c’è chi ne ha già parlato. Dello stato d’animo, intendo. Ne ero sicuro. In qualche romanzo. Ma non riuscivo a mettere a fuoco chi ne avesse fatto una descrizione – mi sembrava di ricordare – molto suggestiva.
E poi, come accade spesso, di colpo la rivelazione.
Nel bellissimo romanzo “Le ore”, Michael Cunningham immagina e descrive la sensazione vissuta da Virginia Woolf nel momento in cui si accinge a scrivere il suo tormentatissimo “Mrs Dalloway”.
Lei ritorna su furtivamente, va nel suo studio, chiude piano la porta. Al sicuro. Apre le tende. Fuori, dietro il vetro, Richmond continua a sognare se stessa, civile, in pace. I fiori e le siepi sono curati; gli infissi ridipinti prima che ne abbiano veramente bisogno. I vicini, che lei non conosce, fanno tutto quello che fanno, qualunque cosa sia, dietro le tende alla veneziana e le persiane delle loro ville di mattoni rossi. Lei riesce solo a pensare a stanze in penombra e a cibo ordinario, troppo cotto. Scriverà per circa un'ora, poi mangerà qualcosa.
Con lo stomaco vuoto si sente veloce e pulita, lucida di mente, pronta per una battaglia. Sorseggia il caffe, lo mette giù, stende le braccia. Questa è una delle esperienze più singolari: svegliarsi in quello che sembra un buon giorno, prepararsi al lavoro, ma non cominciarlo ancora veramente. Questo momento racchiude infinite possibilità, intere ore a venire. La mente ronza. Questa mattina può penetrare la foschia, i condotti intasati, raggiungere l'oro.
Nello stesso capitoletto Cunningham dice altre bellissime cose sulla scrittura e su quel che doveva “sentire” Virginia Woolf, quel mattino del 1923.
Ma io mi fermo qui.
Stamattina, insomma, l’idea che di fronte a me c’era un gran mare da navigare, infinite possibilità tra cui scegliere, un tesoro da scovare, mi entusiasmava e m’intimidiva.
È vero. Un buon romanzo – come si dice - “prende” perché vi trovi descritte e analizzate letterariamente esperienze che tu stesso hai già vissuto magari in una quasi inconsapevole immediatezza. Ma un romanzo è “buono” anche quando, descrivendo e analizzando esperienze che tu non hai ancora vissuto, ti offre la possibilità e gli strumenti per ri-conoscere e per dare una forma linguistica, pregevole e appropriata, a nuove emozioni, a nuovi stati d’animo. Infatti solo in questo modo se ne comprendono il senso e la portata.