Sì mi vergogno di svolgere il mio lavoro in un ambiente controllato e talvolta dominato da caste e casati. Mi vergogno di esercitare la mia attività di ricercatore e di docente in un sistema universitario, quale quello italiano, che – fatte le dovute eccezioni per alcuni casi d’eccellenza – produce risultati scientifici molto modesti e sforna i laureati mediamente più ignoranti d’Europa. Mi vergogno di partecipare alla vita d’un ateneo che dà dignità di garanzia scientifico-didattica alla parentela con membri di gruppi dominanti, e che, a tutti i livelli della gerarchia accademica, pratica la “virtù” del silenzio omertoso su fatti che non solo non fanno onore ma, anzi, generano pubblica disistima e generalizzato discredito.
Tempo fa, in una lettera ad un quotidiano, uno studioso - ben accreditato scientificamente ma non sostenuto dai potentati accademici -, “battuto” ad un concorso da una candidata molto più giovane di lui, figlia di un noto esponente del governo locale, ha denunciato anomalie nello svolgimento delle prove concorsuali e l’adozione, da parte dei docenti-commissari, di criteri molto discutibili per la procedura di valutazione comparativa. Criteri, insomma, che poco hanno a che fare con l’attività scientifica e il credito nazionale e internazionale dei titoli dei candidati.
Certo, certo, c’è sempre uno spazio di discrezionalità nella valutazione dei meriti scientifici. Non si può riportare tutto a criteri oggettivi e assoluti. Comunque, la reazione dei commissari d’esame è stata di negazione assoluta di ogni ventilato abuso e di ogni supposto arbitrio.
Una reazione prevedibile. Quasi un atto dovuto.
Ma proprio ieri si è arrivati al ridicolo con alcune dichiarazioni fatte, da uno dei componenti la commissione, nel corso di un’articolata
intervista pubblicata sul quotidiano “Repubblica” edizione di Napoli.
In particolare mi ha colpito un passaggio.
Alla domanda della giornalista Conchita Sannino:
Professore, un profilo del contenzioso riguarda poi il merito. Lo sconfitto Rossetti presentava una lista di titoli di gran lunga più nutrita, ma ha vinto la Santangelo. Come mai?
Il docente intervistato ha risposto:
«
Qui va fatta una riflessione, valida in generale: fra i criteri che devono muovere i giudizi degli esaminatori ci devono essere anche la potenzialità a tutto tondo del candidato, simpatia, carisma. Ovvero: cosa può offrire in prospettiva questo collega?»
E alla replica della giornalista:
Sta dicendo, scusi la traduzione, che Rossetti era troppo vecchio per vincere? Nessuna legge consente la selezione anagrafica.
l’ineffabile docente, senza battere ciglio, ha rivelato con irritante candore:
«
Messo così può suonare sgradevole, ma c´è anche questo».
Insomma, secondo questo commissario - che naturalmente nega con sdegno di aver fatto favori a chicchessia - l’anzianità anagrafico-scientifica, in sede di concorso per professori universitari, è da considerarsi praticamente un demerito, o nel migliore dei casi un handicap: a tal punto che il candidato più giovane deve averla vinta anche su quello che presenta lavori di ricerca di maggior valore e di più diffuso credito nella comunità degli studiosi. E tra i meriti scientifici vanno inseriti – curiosamente – la simpatia e il carisma, oltre che le potenzialità, la cui intuizione in casi non infrequenti è – per non pensar male - niente più che il frutto di uno stato allucinatorio.
Ridicolo. Veramente ridicolo.