Mondo liquido

Della fragilità dei rapporti.
Degli opposti desideri.
mercoledì, 27 febbraio 2008

La «pietas»?

la Repubblica
27 febbraio 2008
Lettere&Commenti



Io, medico dell'infanzia, vorrei parlare di pietà.

Caro Dr. Augias, sono un medico, neuropsichiatria infantile. Ho lavorato per anni in un reparto di neurologia infantile, ho seguito bambini prematuri con esiti di gravi lesioni cerebrali. Nel dibattito attuale sull'aborto di feti malformati e sulla rianimazione di neonati molto prematuri, non ho letto alcun cenno relativo al dolore fisico cui vanno incontro molti dei bambini che sopravvivono. Tutti si pronunciano su aspetti etici, ideologici, sulle sofferenze dei genitori, ma non si parla mai del dolore di questi bambini. Già nell'incubatrice, fra cannule, aghi, elettrodi per monitorare i parametri vitali, la loro sofferenza viene spesso trascurata perché l'attenzione è rivolta agli aspetti tecnici delle cure. Poi, negli anni successivi, i bambini con gravi cerebrolesioni presentano spesso complicazioni gastrointestinali e del sistema muscoloscheletrico, che danno dolori cronici. Questa sofferenza la possono esprimere solo con il pianto, che spesso i genitori non decifrano. Di fronte a un dolore non lenibile con i farmaci, il medico si sente impotente, si chiede perché gli sia riservata una tale sofferenza. Mi auguro che nell'affrontare questi temi ci sia posto anche per la «pietas», che non sembra alberghi né nella mente né nel cuore di chi sostiene urlando di voler difendere la vita di questi bambini.
Ermellina Fedrizzi



Risposta di Corrado Augias
Chi sostiene urlando, come giustamente scrive la dottoressa Fedrizzi, di difendere questi bambini, ha in mente solo un'ideologia da affermare, non pensa nemmeno per un istante quale esistenza, quale vita, sarà quella che proclana di voler sostenere. Ho letto con sgomento, domenica scorsa, le parole del cardinale polacco Grocholewski, prefetto per l'educazione cattolica: «I cattolici devono sempre dire ad alta voce e senza esitare che la vita va difesa in qualsiasi momento, che l'aborto non è mai lecito, che l'embrione va sempre salvaguardato, che le manipolazioni genetiche non sono ammesse».
Chiusura totale, su tutta la linea: aborto mai, dunque nemmeno nel caso in cui il feto presenti malformazioni orribili che renderebbero l'esistenza del nuovo nato una penosa caricatura della vita, ne farebbero un povero essere portato alle sofferenze di cui la dottoressa Fedrizzi è stata, come scrive, testimone impotente. Chiusura totale anche sull'educazione sessuale, sulle tecniche contraccettive, che sarebbero il rimedio ideale e incruento per prevenire gravidanze non desiderate o difficili da sostenere, che eviterebbero insomma il problema prima ancora che si presenti.
Eppure nel recente documento dei rappresentanti degli ordini dei medici anche questo è scritto: «sostenere la legge 194 incrementando l'educazione alla procreazione responsabile, il supporto economico e sociale alla maternità». Sono l'irragionevolezza, il fanatismo cieco, gli aspetti medievali di questa discussione. E' la mancanza di pietà che la rende orribile.


postato da tortora alle ore 17:42 | link | commenti (9)
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mercoledì, 20 febbraio 2008

Meglio evitare.

Ho sempre pensato che nessuno Stato è veramente  libero se non è autenticamente laico.
Ogni forma d'ingerenza religiosa - di qualunque religione, e a qualunque livello della vita civile - mette un popolo - qualunque popolo, in qualsiasi parte del mondo - in una condizione d'insopportabile subordinazione. Essa nega il principio fondamentale su cui si basa l'aggregazione sociale: il riconoscimento della diversità. E pertanto è inderogabilmente inammissibile in regime di democrazia. 
Un'ingerenza che è ancor più rozza e volgare quando si compie attraverso il ricatto morale: esplicito o implicito che sia. Ed ancora più stupida quando il ricatto avviene invocando proprio le libertà democratiche.
Ma - come tutti vedono -  la questione della laicità dello Stato non è all'ordine del giorno nell'agenda politica. Perché non è considerata una vera priorità. Del resto il silenzio generale che caratterizza l'avvio di questa nostra campagna elettorale la dice lunga. Non bisogna dar dispiaceri alla Chiesa, alla Cei, ai Vescovati, alle Parrocchie. Tutti allineati e coperti, dunque. Non è tempo per discutere sulle questioni di principio. Ora conta catturare il consenso, il più largo possibile. Foss'anche al costo dell'ambiguità. Ogni sia pur minimo accenno alla laicità, è considerato una mina vagante, un pericolo da scansare.

postato da tortora alle ore 11:37 | link | commenti (3)
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domenica, 03 febbraio 2008

Lo scandalo dei miscredenti.

Michele Serra
La Repubblica, 3 febbraio 2008

L'amaca

E' durata, su per giù ventiquattro ore, meno di uno yogurt, l'incresciosa notizia che la festa di Sant'Agata a Catania (una delle maggiori feste cattoliche del pianeta) è cogestita dalle cosche mafiose. Vista la prorompente loquacità della Chiesa a proposito di tutti o quasi gli aspetti della vita civile nazionale, ci si sarebbe aspettato qualche solenne pronunciamento: non è esattamente "normale" che la malavita sia così cristianamente attiva da affiancare le autorità religiose e civili nella devozione a Sant'Agata.
Per altro, se si eccettua il ricordo della durissima (e isolata) invettiva di Giovanni Paolo II in Sicilia, le gerarchie ecclesiastiche non sembrano troppo scosse, né scandalizzate, dalla promiscuità indiscutibile tra mafia e tradizione cattolica. Dal primo boss all'ultimo picciotto, i santini sul comodino e il segno della croce sembrano parte integrante dell'identità mafiosa.
Ma lo scandalo, evidentemente, è di noi miscredenti, ai quali non pare vero che il Vangelo possa essere bestemmiato da certi ceffi. La Chiesa dev'essere troppo impegnata a scrutare nelle provette e a vigilare sui costumi sessuali degli italiani per avere tempo di occuparsi dei mafiosi devoti.
postato da tortora alle ore 18:58 | link | commenti (4)
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