Mondo liquido

Della fragilità dei rapporti.
Degli opposti desideri.
martedì, 14 aprile 2009

Alziamo la testa.

Su Facebook circola questo scritto che già in poche ore ha raccolto un alto numero di consensi.
Lo ripropongo qui. Non solo perché interpreta - grosso modo - il mio orientamento, ma perché ognuno rifletta.
Sui nostri comportamenti: pubblici e privati.


Giacomo Di Girolamo

Ma io per il terremoto non do nemmeno un euro

Ho resistito agli appelli dei vip, ai minuti di silenzio dei calciatori, alle testimonianze dei politici, al pianto in diretta del premier. Non mi hanno impressionato i palinsesti travolti, le dirette no – stop, le scritte in sovrimpressione durante gli show della sera. Non do un euro. E credo che questo sia il più grande gesto di civiltà, che in questo momento, da italiano, io possa fare.
Non do un euro perché è la beneficienza che rovina questo Paese, lo stereotipo dell’italiano generoso, del popolo pasticcione che ne combina di cotte e di crude, e poi però sa farsi perdonare tutto con questi slanci nei momenti delle tragedie. Ecco, io sono stanco di questa Italia. Non voglio che si perdoni più nulla. La generosità, purtroppo, la beneficienza, fa da pretesto. Siamo ancora lì, fermi sull’orlo del pozzo di Alfredino, a vedere come va a finire, stringendoci l’uno con l’altro. Soffriamo (e offriamo) una compassione autentica. Ma non ci siamo mossi di un centimetro.
Eppure penso che le tragedie, tutte, possono essere prevenute. I pozzi coperti. Le responsabilità accertate. I danni riparati in poco tempo. Non do una lira, perché pago già le tasse. E sono tante. E in queste tasse ci sono già dentro i soldi per la ricostruzione, per gli aiuti, per la protezione civile. Che vengono sempre spesi per fare altro. E quindi ogni volta la Protezione Civile chiede soldi agli italiani. E io dico no. Si rivolgano invece ai tanti eccellenti evasori che attraversano l’economia del nostro Paese.
E nelle mie tasse c’è previsto anche il pagamento di tribunali che dovrebbero accertare chi specula sulla sicurezza degli edifici, e dovrebbero farlo prima che succedano le catastrofi. Con le mie tasse pago anche una classe politica, tutta, ad ogni livello, che non riesce a fare nulla, ma proprio nulla, che non sia passerella.
C’è andato pure il presidente della Regione Siciliana, Lombardo, a visitare i posti terremotati. In un viaggio pagato – come tutti gli altri – da noi contribuenti. Ma a fare cosa? Ce n’era proprio bisogno?
Avrei potuto anche uscirlo, un euro, forse due. Poi Berlusconi ha parlato di “new town” e io ho pensato a Milano 2 , al lago dei cigni, e al neologismo: “new town”. Dove l’ha preso? Dove l’ha letto? Da quanto tempo l’aveva in mente?
Il tempo del dolore non può essere scandito dal silenzio, ma tutto deve essere masticato, riprodotto, ad uso e consumo degli spettatori. Ecco come nasce “new town”. E’ un brand. Come la gomma del ponte.
Avrei potuto scucirlo qualche centesimo. Poi ho visto addirittura Schifani, nei posti del terremoto. Il Presidente del Senato dice che “in questo momento serve l’unità di tutta la politica”. Evviva. Ma io non sto con voi, perché io non sono come voi, io lavoro, non campo di politica, alle spalle della comunità. E poi mentre voi, voi tutti, avete responsabilità su quello che è successo, perché governate con diverse forme - da generazioni - gli italiani e il suolo che calpestano, io non ho colpa di nulla. Anzi, io sono per la giustizia. Voi siete per una solidarietà che copra le amnesie di una giustizia che non c’è.
Io non lo do, l’euro. Perché mi sono ricordato che mia madre, che ha servito lo Stato 40 anni, prende di pensione in un anno quasi quanto Schifani guadagna in un mese. E allora perché io devo uscire questo euro? Per compensare cosa? A proposito. Quando ci fu il Belice i miei lo sentirono eccome quel terremoto. E diedero un po’ dei loro risparmi alle popolazioni terremotate.
Poi ci fu l’Irpinia. E anche lì i miei fecero il bravo e simbolico versamento su conto corrente postale. Per la ricostruzione. E sappiamo tutti come è andata. Dopo l’Irpinia ci fu l’Umbria, e San Giuliano, e di fronte lo strazio della scuola caduta sui bambini non puoi restare indifferente.
Ma ora basta. A che servono gli aiuti se poi si continua a fare sempre come prima?
Hanno scoperto, dei bravi giornalisti (ecco come spendere bene un euro: comprando un giornale scritto da bravi giornalisti) che una delle scuole crollate a L’Aquila in realtà era un albergo, che un tratto di penna di un funzionario compiacente aveva trasformato in edificio scolastico, nonostante non ci fossero assolutamente i minimi requisiti di sicurezza per farlo.
Ecco, nella nostra città, Marsala, c’è una scuola, la più popolosa, l’Istituto Tecnico Commerciale, che da 30 anni sta in un edificio che è un albergo trasformato in scuola. Nessun criterio di sicurezza rispettato, un edificio di cartapesta, 600 alunni. La Provincia ha speso quasi 7 milioni di euro d’affitto fino ad ora, per quella scuola, dove – per dirne una – nella palestra lo scorso Ottobre è caduto con lo scirocco (lo scirocco!! Non il terremoto! Lo scirocco! C’è una scala Mercalli per lo scirocco? O ce la dobbiamo inventare?) il controsoffitto in amianto.
Ecco, in quei milioni di euro c’è, annegato, con gli altri, anche l’euro della mia vergogna per una classe politica che non sa decidere nulla, se non come arricchirsi senza ritegno e fare arricchire per tornaconto.
Stavo per digitarlo, l’sms della coscienza a posto, poi al Tg1 hanno sottolineato gli eccezionali ascolti del giorno prima durante la diretta sul terremoto. E siccome quel servizio pubblico lo pago io, con il canone, ho capito che già era qualcosa se non chiedevo il rimborso del canone per quella bestialità che avevano detto.
Io non do una lira per i paesi terremotati. E non ne voglio se qualcosa succede a me. Voglio solo uno Stato efficiente, dove non comandino i furbi. E siccome so già che così non sarà, penso anche che il terremoto è il gratta e vinci di chi fa politica. Ora tutti hanno l’alibi per non parlare d’altro, ora nessuno potrà criticare il governo o la maggioranza (tutta, anche quella che sta all’opposizione) perché c’è il terremoto. Come l’11 Settembre, il terremoto e l’Abruzzo saranno il paravento per giustificare tutto.
Ci sono migliaia di sprechi di risorse in questo paese, ogni giorno. Se solo volesse davvero, lo Stato saprebbe come risparmiare per aiutare gli sfollati: congelando gli stipendi dei politici per un anno, o quelli dei super manager, accorpando le prossime elezioni europee al referendum. Sono le prime cose che mi vengono in mente. E ogni nuova cosa che penso mi monta sempre più rabbia.
Io non do una lira. E do il più grande aiuto possibile. La mia rabbia, il mio sdegno. Perché rivendico in questi giorni difficili il mio diritto di italiano di avere una casa sicura. E mi nasce una rabbia dentro che diventa pianto, quando sento dire “in Giappone non sarebbe successo”, come se i giapponesi hanno scoperto una cosa nuova, come se il know – how del Sol Levante fosse solo un’ esclusiva loro. Ogni studente di ingegneria fresco di laurea sa come si fanno le costruzioni. Glielo fanno dimenticare all’atto pratico.
E io piango di rabbia perché a morire sono sempre i poveracci, e nel frastuono della televisione non c’è neanche un poeta grande come Pasolini a dirci come stanno le cose, a raccogliere il dolore degli ultimi. Li hanno uccisi tutti, i poeti, in questo paese, o li hanno fatti morire di noia.
Ma io, qui, oggi, mi sento italiano, povero tra i poveri, e rivendico il diritto di dire quello che penso.
Come la natura quando muove la terra, d’altronde.
postato da tortora alle ore 08:08 | link | commenti (5)
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venerdì, 10 aprile 2009

Ratzinger vs. Nietzsche


l’Unità 10.4.09
La fede über alles
Anatema del papa su Nietzsche: «Troppo libero»
Ratzinger ai sacerdoti Ieri in un’omelia ha lanciato un atto d’accusa contro il filosofo tedesco, la sua «superbia distruttiva» e la sua «presunzione che finiscono nella violenza». Lo avrà letto sul serio?
di Bruno Gravagnuolo

C’è ragione e ragione. La scienza ce l’ha «piccola»
«Nell’ultimo decennio, la resistenza della creazione a farsi manipolare dall’uomo si è manifestata come elemento di novità nella situazione culturale complessiva. La domanda circa i limiti della scienza e i criteri cui essa deve attenersi si è fatta inevitabile»: Ratzinger nel ’92. Da Papa non ha cambiato idea: la fede è più verità della scienza

Galileo? «La sentenza della Chiesa fu giusta»
L’anno scorso il Papa, usando erroneamente una frase del filosofo agnostico-scettico Feyerabend scrisse nel discorso che avrebbe dovuto tenere alla Sapienza di Roma: «La sua (della Chiesa, ndr) sentenza contro Galileo fu razionale e giusta, e solo per motivi di opportunità politica se ne può legittimare la revisione».

L’evoluzionismo ha una «razionalità ridotta»
Conferenza di Ratisbona, 2006. Il Papa distingue tra «ragione ristretta» tipica della scienza e «ragione estesa» che coincide con la fede. Alla luce della ragione estesa, il darwinismo diventa dotato di una razionalità inferiore. Il Papa ha aperto quindi un conflitto non tra scienza e fede ma tra due razionalità di rango diverso.

Tutta colpa di Nietzsche. E non solo la crisi delle vocazioni, il rifiuto dell’obbedienza, e della parola di Dio. Ma anche l’omologazione delle coscienze, figlia della «superficialità di tutto ciò che di solito si impone all’uomo di oggi». E tutta colpa di Nietzsche pure «la superbia distruttiva e la presunzione, che disgregano ogni comunità e finiscono nella violenza». Insomma, atto d’accusa globale contro il filosofo tedesco, quello pronunciato ieri da Papa Ratzinger, in occasione della «messa crismale», durante la quale si benedicono gli olii santi prima della Pasqua. Un’accusa esplosa in un’omelia dedicata ai sacerdoti delle Diocesi di Roma, e riuniti in San Pietro. E con toni e accenti davvero inconsueti in un Pontefice. Almeno dai tempi in cui nel Sillabo Pio IX condannava liberalismo e ideologie democratiche e socialiste, come fomite dei mali assoluti di quel tempo. In realtà mai in passato un Papa si era scagliato con tanta foga contro un solo filosofo, fatto responsabile di tutte le nequizie dell’umanità contemporanea. Come se il filosofo dell’Eterno Ritorno fosse lui stesso, e in prima persona, una sorta di incarnazione del diavolo, e della superbia tentatrice e luciferina che ne caratterizza l’ombra distruttiva all’opera.
Quindi, valore paradigmatico per il Papa delle idee nietzscheane in ordine al fondamento del «male». E inserite in quanto tali in un ragionamento etico e teologico ben preciso. Che mette al centro due colpe ben precise del filosofo: l’aver «dileggiato l’umiltà e l’obbedienza come virtù servili, mediante le quali gli uomini sarebbero stati repressi». E l’aver «messo al loro posto la fierezza e la libertà assoluta dell’uomo». Di qui appunto il rifiuto del’Autorità e la violenza distruttiva connesse alla presunzione di un «volere autonomo», svincolato dala fede. E di qui il mito dell’«autorealizzazione», che rifiuta la vera «verità del nostro essere», ovvero «la retta umiltà che si sotomette a Dio». Certo ammette il Papa - con riferimento alla critica nietzscheana dello zelo virtuoso - esistono anche «caricature di una sottomissione e di una umiltà sbagliata». Ma il rischio più grave per il Pontefice teologo restano la ribellione e la presunzione. Nonché il rifiuto dei «sacrifici» che ci rendono amici di Cristo e che a Lui consacrano la nostra esistenza. Una esistenza che è davvero consacrata, aggiunge il Papa, proprio quando essa è rescissa da «connessioni mondane», come nel sacerdozio obbediente. Che ben per questo può poi diventare «disponibile per gli altri». Toni demonizzanti, lo abbiamo detto, ma che rivelano altresì molte cose. In primo ruolo il rifiuto da parte di questo Papa di riconoscere dignità autonoma al valore della libera coscienza e della libera indagine a partire dalla «soggettività», moderna o premoderna. Un atteggiamento in flagrante contraddizione sia con l’etica «rischiosa» di Agostino, che prescriveva la ricerca del vero in interiore homine. Sia con quella kantiana, basata sull’autonomia della «ragione pratica», e coincidente con il «regno dei fini», senza necessariamente vederselo prescritto dalle norme positive racchiuse nella fede rivelata. Non parliamo poi del «libero esame luterano» e della «giustificazione individuale per fede e non per le opere». Dimensioni che questo Pontefice evidentemente respinge, e che stante il suo rifiuto programmatico del «dialogo», non riesce a includere nemmeno dentro il semplice ascolto «inter-confessionale».
Paradossalmente, è proprio il principio della libertà interiore - seme germogliato dal cristianesimo stesso e secolarizzatosi nella modernità - ciò che questo Papa rifiuta. A meno che esso non sia inserito dentro il «crisma» dell’Autocritas e delle Chiavi di Pietro - dalla Chiesa detenute. Tutto il resto è relativismo, presunzione. E infine violenza distruttiva. Come tali frutto dell’indebita autonomia della ragione, che lasciata a sé è male. È il Male. E Nietzsche? Senza dubbio nella sua radicalità libertaria si presta a meraviglia all’intemerata papale. Salvo che la sua «recezione» da parte di Ratzinger è banale e orecchiata. Non è fondata sui testi, e corrisponde piattamente alle interpretazioni più logore dei fascismi e del marxismo-stalinismo. Le prime persuase di trovare nel filosofo un anticipatore della volontà di potenza etnica e imperiale (il Nietzsche riscritto dalla sorella reazionaria e «nordificato» dai nazisti). Le seconde convinte di aver scoperto nel filosofo il volto della «borghesia irrazionalista» nell’epoca dell’«Imperialismo fase suprema del capitalismo». Interpretazione questa avallata oggi da Ernst Nolte, che vede nel Superuomo la rivolta del borghese tedesco minacciato di annientamento da parte socialista e comunista. Il vero Nietzsche? Fragile, problematico, a modo suo disperato. E in certo senso cristiano, come scrisse con acume Karl Jaspers, capace di scoprire in lui una radicalità etica volta a liberare l’uomo dalle illusioni che lo rendono ipocrita e violento, magari con la scusa di fedi e ideologie. Nietzsche perciò dai mille volti ma teso alla gioia del conoscere (Gaia Scienza). Alla «pienezza del dare» e al grande stile estetico che fa del mondo un giardino. E Nietzsche che scrive: «Dove si dice “ama il prossimo” tuo c’è sempre qualcuno che è escluso da quell’amore, un lontano. Ecco, io amo quel lontano». Già, tra Nietzsche e Cristo ci sono forse più cose in comune che questo Papa non immagini. A leggerlo sul serio.

La gaia fede di Nietzsche:
«La nascita della tragedia dallo spirito della musica» (1872); «Considerazioni inattuali» (1873-76); «Umano troppo umano» (1878); «Aurora» (1881); «La gaia scienza» (1882); «Così parlò Zarathustra» (1883); «Al di là del bene e del male» (1886); «L’anticristo», «Ecce Homo» (postumi). Tutti nell’edizione Adelphi, a cura di Colli-Montinari.

Alcuni testi base per capire:
Su Nietzsche si vedano almeno Gilles Deleuze, «Nietzsche e la filosofia» (Einaudi, 2002); Martin Heidegger, «Nietzsche» (1961, Adelphi); Karl Jaspers, «Nietzsche» (1936, Mursia); Gianni Vattimo, «Il soggetto e la maschera. Nietzsche e il problema della liberazione» (1974, Bompiani).
Repubblica 10.4.09
Contro Nietzsche L’accusa del papa al filosofo nichilista
di Franco Volpi
I mali che secondo Ratzinger risalgono al filosofo tedesco, dalla violenza al relativismo
Durante la messa del giovedì santo Benedetto XVI ne richiama la figura: "il suo pensiero ha dileggiato l´umiltà e l´obbedienza"
Il suo pensiero è stato considerato una fonte di ispirazione per l´ideologia nazista
Molti stereotipi, tra cui l´idea della morte di Dio hanno condizionato il pensiero
Un tragico osservatore del vuoto spirituale in cui versa il mondo moderno

Povero Nietzsche! È stato l´unico filosofo a cui è toccato il singolare privilegio di essere considerato responsabile niente meno che di una guerra mondiale. Durante il conflitto del 1914-1918 in una libreria di Piccadilly erano esposti in vetrina i diciotto volumi delle sue opere complete in inglese, con una scritta a lettere cubitali: The Euro-Nietzschean-War: leggete il diavolo per poterlo combattere meglio!
Poi venne il nazionalsocialismo, e alcune sue dottrine - il superuomo nel senso della selezione biologica, la volontà di potenza, l´antropologia dell´animale da preda e della bestia bionda - furono considerate alla stregua di una fonte di ispirazione dell´ideologia razzista e del totalitarismo. Più tardi, dato che egli diagnostica alcune esperienze negative del Novecento come la «morte di Dio», la decadenza dei valori tradizionali o l´avvento del nichilismo, si è prodotto un singolare transfert: si è scambiato il suo pensiero per la causa della crisi che esso in realtà voleva solo analizzare e superare. Nietzsche è diventato allora il distruttore della ragione, il maestro dell´irrazionale, il teorizzatore del nichilismo e del relativismo.
Tutti questi stereotipi hanno fortemente condizionato la sua immagine e la sua fortuna. E per questo egli ha suscitato entusiasmi e attirato anatemi, ha ispirato movimenti di avanguardia, mode culturali e stili di pensiero, ma anche provocato reazioni e rifiuti altrettanto risoluti. Ovviamente anche da parte cattolica. Benché autorevoli interpreti - padre Paul Valadier, per esempio, o il teologo Eugen Biser - abbiano cercato di mostrare il contrario, non c´è dubbio che tra alcune dottrine nicciane e altrettanti insegnamenti fondamentali del cristianesimo ci sia una profonda incompatibilità. Non stupisce perciò che il Papa consideri Nietzsche un cattivo maestro, e che riconduca alla sua filosofia alcuni mali del mondo contemporaneo. Negli ultimi anni egli non si è stancato di denunciare il pericolo del relativismo e del nichilismo, fomentato da Nietzsche. Adesso, nel criticare l´ideale di umanità predominante nel mondo attuale, basato sul valore dell´autoaffermazione individuale, egoistica e libertaria, ricorda la responsabilità di Nietzsche: «Egli ha dileggiato l´umiltà e l´obbedienza come virtù servili, mediante le quali gli uomini sarebbero stati repressi, e ha messo al loro posto la fierezza e la libertà assoluta dell´uomo».
Ora, al di là del fatto che l´opera di Nietzsche è un autentico puzzle, un subisso di frammenti e aforismi la cui combinazione in una dottrina d´insieme è tutt´altro che assodata, sarebbe un peccato non approfondire gli spunti che vengono da queste critiche con qualche domanda. Ed è meglio prendere Nietzsche non per le risposte che dà, ma per le domande che pone.
Primo: dopo che la storia ci ha insegnato che spesso il possesso della Verità produce fanatismo, e che un individuo armato di verità è un potenziale terrorista, vien fatto di chiedere: il relativismo e il nichilismo sono davvero quel male radicale che si vuol far credere? O essi non producono forse anche la consapevolezza della relatività di ogni punto di vista, quindi anche di ogni religione? E allora non veicolano forse il rispetto del punto di vista dell´altro e dunque il valore fondamentale della tolleranza? C´è del bello anche nel relativismo e nel nichilismo: inibiscono il fanatismo.
Quanto poi alla concezione dell´uomo aristocratica e libertaria, anche qui sarebbe un peccato limitarsi alla superficie dei singoli aforismi di Nietzsche. Sarebbe come, in un quadro pointilliste, vedere solo i tocchi cromatici e non l´insieme della pittura. Ebbene, da tragico osservatore del vuoto spirituale in cui versa il mondo moderno, Nietzsche non vuole essere un «predicatore di morte». Non intende adagiarsi nella negazione dei valori e nel cupio dissolvi. Al contrario, vuole superare il nichilismo: vuole far sì che esso si compia in modo da «averlo dietro di sé, sotto di sé, fuori di sé». A tal fine auspica un contro-movimento da cui nascano nuovi valori, e lo individua nella creatività dionisiaca dell´arte.
La sua critica della mentalità e della morale «del gregge», la sua difesa di quello che potremmo definire un «diritto all´eccellenza», è un tentativo di superare la sterilità della semplice proibizione, dell´abnegazione e della rinuncia, che mortificano la vita. Nietzsche vuole che la vita si realizzi in tutte le sue potenzialità. E consiglia perciò un atteggiamento «creativo» che dia alla vita tutta la sua pienezza, analogo a quello dell´artista che imprime alla sua opera una forma bella. In tal senso la sua nuova morale è una sorta di «estetica dell´esistenza» il cui imperativo raccomanda: «Diventa quello che sei!» E anche se la vita non è bella, sta a noi cercare di renderla tale.
Uno dei problemi della Chiesa attuale è che la produzione della felicità le è sfuggita di mano. Ma non è colpa di Nietzsche se la forza dei Vangeli svanisce e la condizione dell´uomo occidentale è sempre più paganizzata.
Corriere della Sera 10.4.09
Cacciari critico, Reale approva.
Vattimo: un cristiano inconsapevole.
Severino: nega l’eterno
Il Papa e Nietzsche, duello tedesco

«Libertà assoluta» e «dileggio dell’umiltà»: Ratzinger contesta il filosofo
di Gian Guido Vecchi

«Via sulle navi, filosofi!», escla­ma ne La gaia scienza. E in Au­rora: «E dove dunque voglia­mo arrivare? Al di là del ma­re? ». Nietzsche e l’idea di libertà. Dell’andare ol­tre ogni «miserevole ricetto». Un pensiero che ha una responsabilità grande, riflette Benedet­to XVI citando — come già nell’enciclica Deus Caritas est — il filosofo suo compatriota: «Frie­drich Nietzsche ha dileggiato l’umiltà e l’obbe­dienza come virtù servili, mediante le quali gli uomini sarebbero stati repressi. Ha messo al lo­ro posto la fierezza e la libertà assoluta dell’uo­mo ».
Parole tanto più significative se si considera che il Papa, ieri mattina nella Basilica di San Pie­tro, parlava ai sacerdoti durante la Messa cri­smale: davanti a cardinali, vescovi e presbiteri che «rinnovano le promesse» prima delle cele­brazioni di Pasqua. Un’omelia raffinata sul sen­so della «consacrazione» come «sacrificio» di sé, un «togliere dal mondo e consegnare a Dio» che per i sacerdoti «non è una segregazione» ma un donarsi a tutti, come Gesù «sacerdote e vittima» che «si consegna al Padre per noi» e prega per i discepoli: «Consacrali nella verità». È a questo punto che Benedetto XVI ha alzato lo sguardo: «Come stanno le cose nella nostra vi­ta? Siamo veramente pervasi dalla parola di Dio? O non è piuttosto che il nostro pensiero sempre di nuovo si modella con tutto ciò che si dice e che si fa? Non sono forse assai spesso le opinioni predominanti i criteri secondo cui ci misuriamo?». Di qui il riferimento a Nietzsche e al dileggio dell’umiltà in favore della libertà assoluta. Il Papa chiede di «imparare da Cristo la retta umiltà», non certo «una sottomissione sbagliata, che non vogliamo imitare». E vede un pericolo: «Esiste anche la superbia distrutti­va e la presunzione, che disgregano ogni comu­nità e finiscono nella violenza».
Problema: le cose stanno così? E fino a che punto Nietzsche ne sarebbe responsabile? «Il Papa ha perfettamente ragione nel prendersela con le libertà assolute e le fierezze virili, ma te­mo che la sua lettura di Nietzsche risenta di un’interpretazione vecchia», commenta Massi­mo Cacciari, autore di un saggio sul «Gesù di Nietzsche», un tema che compare anche nella sua opera più recente, Della cosa ultima. «La libertà di Nietzsche è problematica, non è quel­la dei moderni che anzi critica: la sua è una vi­sione presente in Schelling che sarà ripresa da Heidegger, la libertà non come qualcosa che 'tu hai' ma che 'ti ha'». Ma non basta: «Lo Za­rathustra ha pagine in cui indica nella figura dell’Oltreuomo la capacità di donare tutto, di non tenere nulla per sé: amo coloro che sanno tramontare, dice. Ci sono passi in cui l’affinità tra Oltreuomo e Gesù è fortissima. Del resto la polemica di Nietzsche contro il cristianesimo è rivolta alla teologia paolina, peraltro fraintesa, e non alla figura sinottica di Gesù». Secondo Cacciari, insomma, «la grandezza di un filosofo imprescindibile per la contemporaneità an­drebbe compresa in tutta la sua complessità, al­trimenti la polemica danneggia la stessa predi­cazione come capacità di assimilare a sé le voci discordanti. Gesù andava da coloro che lo ris­pecchiavano, era un narciso? O invece si rivolge­va ai pubblicani, al centurione? 'Io vi dico che neanche in Israele ho trovato una fede così grande!'. Perché la Chiesa non si sforza di fare lo stesso con Nietzsche e la cultura contempora­nea? ».
Emanuele Severino, che al filosofo tedesco ha dedicato L’anello del ritorno, sorride: «Ai cat­tolici dico sempre che con l’inevitabilità di que­sti pensieri bisogna fare seriamente i conti». Dal suo punto di vista, capisce il Papa: «Per la tradizione al centro della verità c’è Dio mentre Nietzsche, preceduto da Leopardi, mostra l’im­possibilità di ogni eterno e di ogni divino. Con­seguenza necessaria è la negazione di ogni 'umiltà' rispetto al divino. E l’esaltazione di li­bertà e fierezza». Questo però non c’entra con le idee correnti: «La libertà di Nietzsche presup­pone si sappia perché 'Dio è morto'. L’ateismo, il relativismo, l’indifferentismo sono essi stessi superficiali e dogmatici, non hanno nulla a che fare con la radicalità di quel pensiero. Ci vuole ben altro per arrivare a Nietzsche e a Cristo!».
In tutto questo, uno studioso nietzschiano come Gianni Vattimo riconosce a Benedetto XVI di «aver ragione sul dileggio dell’obbedien­za », ma non sull’umiltà: «Nietzsche è un cristia­no inconsapevole, o che non voleva riconosce­re di esserlo: un po’ per via del padre pastore protestante e un po’ perché amava il Vangelo ma non la struttura gerarchica della Chiesa, co­me me. Penso alle tre metamorfosi che aprono lo Zarathustra: lo spirito da cammello si fa leo­ne e si rivolta alle autorità, ma alla fine si muta in fanciullo, 'occorre un sacro dire di sì'. E non era Gesù a dire che dobbiamo diventare come fanciulli?». Sarà, ma il filosofo cattolico Giovan­ni Reale non è convinto: «Nietzsche ha scritto cose molto belle e cose terribili. Ciò che presen­tava come una conquista si è rivelato terribile, Benedetto XVI ha ragione. La libertà assoluta al­la fine l’abbiamo avuta. Però, come diceva Bau­man, ci è arrivata con il cartellino del prezzo, un prezzo salatissimo: l’egoismo, la solitudi­ne ». Non è un caso che il Papa si sia rivolto ai sacerdoti: «Loro hanno la responsabilità di dire la Parola. Io non mi capacitavo: perché Gesù non ha lasciato nulla di scritto? L’ho capito gra­zie a Platone, al finale del Fedro: la verità non si scrive sui rotoli di carta ma nel cuore degli uo­mini».
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sabato, 04 aprile 2009

Diritti umani - Kenneth Roth: la fame nel mondo

La Repubblica delle Donne

Anno 14 - n. 639 - 28-03-2009 - p. 82


DIRITTI UMANI Basterebbe quella percentuale del denaro investito per risanare la finanza ed eliminare la fame nel mondo.
Lo sa bene Kenneth Roth, l'uomo alla guida di Human Rights Watch. Che continua a denunciare, dialogare. E sperare.


Mister 1%

di Gabriela Cañas

Dal suo ufficio al trentaquattresimo piano dell'Empire State Building, lo sguardo di Kenneth Roth comprende tutta Manhattan. Fino al mare. Un orizzonte ampio e intanto limitato per l'uomo che, con un "esercito" di sole trecento persone, si sforza da anni di tenere alta la soglia dell'attenzione sugli abusi che i cittadini di ogni parte del mondo possono subire. Brillante procuratore di New York, nel 1987 Roth fu ingaggiato dall'Osservatorio sui Diritti Umani, Human Rights Watch appunto, che insieme a organizzazioni locali, ong, governi e altre istituzioni aveva costruito una rete mondiale di vigilanza.

Nel 1993 è diventato direttore esecutivo dell'organizzazione e in questi ultimi quindici anni ha mantenuto saldamente la posizione, senza cedimento alcuno. Cinquantacinque anni splendidamente portati, Roth sostiene di "amare questo lavoro, anche se a volte può risultare frustrante". Ed è abilissimo nel gestire i contatti con i media: le interviste sono da sempre una parte sostanziale del suo contro-potere, l'altoparlante con cui sfida governi corrotti e tiranni, per combattere contro qualsiasi attività che violi i diritti fondamentali dell'individuo. Ovunque questo possa accadere: da Bujumbura a Goma, da Guantánamo a Bogotá. Passando per la Cina e gli Stati Uniti.

L'elezione di Barack Obama ha aperto un'era di speranza nel mondo su questi temi.

"Il governo Bush s'è rivelato un disastro per i diritti umani, perché ha deciso di ignorarli nella lotta al terrorismo, provocando nel resto del mondo una forte avversione nei confronti degli Stati Uniti. Questo non ha fatto altro che favorire Al Qaeda, aiutandola a reclutare nuove generazioni di militanti armati e danneggiando la cooperazione internazionale. Ma Barack Obama sembra davvero aver capito questa terribile lezione".

Lei ha fiducia nel nuovo presidente?

"È sottoposto a molte pressioni, c'è chi vorrebbe che seguisse le orme di George W Bush, il quale aveva smesso di sottoscrivere accordi internazionali. Noi offriamo a Obama l'appoggio di cui ha bisogno per condurre la lotta al terrorismo, se questo avviene nel rispetto dei diritti umani".

Ma l'America potrà davvero recuperare un ruolo di leadership nella difesa dei diritti civili?

"In passato ci sono sempre stati capitoli oscuri nella storia del sostegno fornito dagli Stati Uniti ad alcuni governi. Questo Paese non è mai stato uno strenuo difensore dei diritti umani, anche se è stato capace di promuoverli. Come puoi condannare la tortura se tu stesso sei un torturatore? O batterti contro le sparizioni se anche tu fai sparire la gente? Per recuperare credibilità, gli Usa devono modificare il loro modo di agire".

Poco meno di quattro mesi fa sono stati celebrati i 60 anni della Dichiarazione dei diritti umani.

"Ma violazioni se ne registrano sempre: la vera novità è che oggi il non rispetto dei diritti umani ha costi sempre più alti, grazie alla presenza di un movimento forte e globale, che si batte per la difesa degli individui".

Su questi temi è cresciuta anche la sensibilità dell'opinione pubblica?

"Il rispetto dei diritti umani è diventato un marchio etico con cui vengono valutati i governi. Sessant'anni fa non era così. Se un governo commette una violazione, paga un prezzo altissimo in termini di reputazione e di aiuti internazionali. Ma va anche detto che l'influenza dei Paesi occidentali nei confronti di Stati come Russia e Cina è inferiore rispetto al passato".

La campagna per la difesa dei diritti umani in Cina, durante le Olimpiadi, è stata dunque un fallimento?

"I Giochi erano un'ottima opportunità per mostrare al mondo la realtà cinese, ma ho l'impressione che la Cina non sia cambiata molto dopo le Olimpiadi. Anche se si notano piccole svolte in politica estera, come nel caso del Darfur: Pechino s'è vista tanto coinvolta dai crimini contro l'umanità compiuti in Sudan, da esercitare pressioni sul governo locale perché accettasse l'azione dei caschi blu".

L'Onu dovrebbe essere il massimo garante dei diritti umani, ma molti lo vedono più debole che mai.

"Non sono d'accordo. All'interno delle Nazioni Unite ci sono elementi diversi. Per fare degli esempi: l'ONUSida, l'Alto Commissariato per i Rifugiati e il Programma di Sviluppo lavorano bene, anche se potrebbero fare di più. Il Comitato dei Diritti Umani invece è deludente. Ma i problemi sono legati all'Occidente e all'Unione Europea in particolare: i suoi membri sono così preoccupati del consenso internazionale che finiscono per negoziare ogni virgola delle proposte di risoluzione".

Di recente Human Rights Watch ha avuto problemi in Colombia e Venezuela. Chávez ha espulso un gruppo di vostri dirigenti che avevano presentato un esposto contro di lui.

"Critichiamo governi di destra e di sinistra. La reazione di Chávez dimostra esattamente quello che volevamo denunciare. Uribe invece ci attacca perché abbiamo contestato il fatto che non si può siglare un Trattato di libero commercio tollerando l'assassinio dei sindacalisti che difendono i produttori dei beni che dovrebbero dar vita a quel commercio. Spero che Obama non sottoscriva il trattato finché non saranno rispettati i diritti dei lavoratori e finiranno quegli omicidi".

Ma i governi vi aiutano davvero nelle vostre battaglie?

"Noi cerchiamo sempre il dialogo con le istituzioni. Di recente ho discusso con i governi di Francia e Gran Bretagna della situazione in Congo, per convincerli a rafforzare il loro impegno per la pace. A loro interessa incontrare Hrw: abbiamo informazioni di prima mano e analisi approfondite, utili per la diplomazia".

Forse la collaborazione è più semplice se si affronta la situazione del Congo. E meno se si parla della Cina.

"Le assicuro che non è facile neppure parlare del Congo. A proposito della Cina, tutti preferiscono avviare un dialogo aperto ma riservato con il ministro degli Esteri, piuttosto che criticare apertamente gli abusi che vengono commessi in quel Paese".

Non c'è un momento in cui il suo lavoro risulta frustrante?

"Sì. Però è importante valutare l'impatto delle nostre azioni. Non possiamo ottenere sempre cambiamenti radicali, ma credo che contribuiamo a migliorare la vita di tanta gente".

Come si sente sapendo che basterebbe l'1% del denaro messo nel risanamento finanziario per porre fine alla fame nel mondo?

"Male, ovviamente. Ma se non investissimo grandi quantità di denaro per risanare la situazione disastrosa, nel mondo che ci aspetta ci sarebbero ancora più persone affamate".

Suo padre, tedesco, dovette fuggire dal nazismo. Come giudica, oggi, la diplomazia dei diritti umani di Angela Merkel, ritenuta più "energica" di quella di altri governanti europei?

"Lei è animata da buone intenzioni, ma ho l'impressione che la politica con cui il suo governo si rivolge ai Paesi dell'ex Unione Sovietica sia sbagliata. La Germania di oggi è la principale responsabile per aver tolto le sanzioni all'Uzbekistan, dove solo tre anni fa sono state uccise centinaia di persone durante una manifestazione. L'Uzbekistan non ha soddisfatto nessuna delle condizioni necessarie, ma i tedeschi hanno convinto gli altri Paesi della Ue a togliere le sanzioni. La loro politica estera è succube degli interessi economici rivolti a est, dal desiderio di garantirsi l'accesso a gas e petrolio. Non promuove i diritti umani, e questa è una profonda delusione".

Infine: il momento più bello di questi quindici anni alla guida di Hrw?

"La firma del trattato per la creazione della Corte Penale Internazionale: una straordinaria vittoria. Come il divieto di usare le bombe a grappolo. Sono piccoli passi, ma nella giusta direzione".

(© El País Semanal - Traduzione di Paola Pavesi)



postato da tortora alle ore 13:48 | link | commenti
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