Mondo liquido

Della fragilità dei rapporti.
Degli opposti desideri.
giovedì, 14 maggio 2009

Laicità e democrazia

A pagina 69-70 del suo recente libro «Identità dissolta» monsignor Rino Fisichella asserisce:
«In virtù del suo essere democratico, lo Stato non solo deve accettare di confrontarsi con la Chiesa ma deve anche saperne accogliere - solo in un secondo momento temperandole - le eventuali ingerenze. (...) La Chiesa invece, richiamandosi a principi che hanno origine superiore a quella umana, non potrebbe mai accettare una qualsiasi ingerenza dello Stato sui propri contenuti».
E Corrado Augias, a commento, scrive: «Preservativi compresi, suppongo».
Ecco, preservativi o non preservativi, pillola o non pillola, per il mondo politico italiano il problema resta il riconoscere - non solo a parole, ma nella pratica, ovvero nell'attività legiferativa e governativa - il carattere "laico" dello stato. Perché quello che vistosamente manca alla nostra classe politica è il senso della laicità come una delle garanzie dell'ordinamento democratico e della autonomia dello Stato. Di una laicità senza se e senza ma, senza distinguo e senza limitazioni. La sola che garantisce la reale autonomia dello Stato e che rende possibili autentiche politiche dei "riconoscimento" e di "tutela" della pluralità e di ogni genere di diversità. La sola che consenta a tutti i "cittadini", ma proprio a tutti, di sentirsi a casa propria, una volta condivisi i principi fondamentali del nostro ordinamento civile. Tra i quali - evidentemente - non può trovar posto l'obbligo di sottostare - individualmente e collettivamente, nella vita privata come in quella pubblica - ai diktat della Chiesa Cattolica.
Peraltro l'argomentazione di mons. Fisichella è davvero allucinante. L'Italia è una repubblica democratica, dunque deve non solo ascoltare ma anche accogliere "le eventuali ingerenze" della Chiesa (dice proprio così!); e se non le accetta, ad esempio con apposita legiferazione, non è abbastanza democratica, il che significa semplicemente che non è affatto democratica. La Chiesa non ha alcun obbligo di rispettare la democrazia italiana, e anzi, poiché la sua natura è "superiore", in forza dei suoi valori, che sono sono universali, è legittimata non solo a parlare al popolo italiano, ma anche ad "ingerire" nella nostra pratica politica, e non solo a tutela dei cattolici, ma anche affinché a quei suoi principi "superiori" siano assoggettati pure quei cittadini che non condividono né quel credo religioso né la sua dottrina. Il ragionamento, a mio modo di vedere, andrebbe invece esattamente rovesciato. Poiché il nostro ordinamento è democratico, il nostro ordinamento garantisce a tutti, senza limitazioni e senza discriminazioni, l'opportunità e la libertà di esprimere i propri orientamenti, le proprie opinioni, le proprie fedi; dunque proprio per tutelare la pluralità e la diversità, lo Stato non può accettare alcuna ingerenza, neppure quella della Chiesa cattolica. Anzi "deve" rigettare ogni interferenza, a tutela e a garanzia proprio di quei cittadini che non condividono né quel credo religioso né la dottrina cattolica; e se non lo facesse, ossia nel caso che esso rinunciasse alla sua autonomia, all'esercizio della sua piena sovranità, esso verrebbe meno ai principi fondamentali che lo configurano come un ordinamento democratico. Ridotto all'osso, "antidemocratico" lo Stato sarebbe non rifiutando ma accettando le ingerenze della Chiesa.
postato da tortora alle ore 08:47 | link | commenti (1)
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mercoledì, 13 maggio 2009

Elezioni: un mal di denti.

Su "la Repubblica" di ieri, 12 maggio 2009, Tito Boeri concludeva l'articolo «La Malattia dell'Europa» in questi termini:

«Per tutti questi motivi non possiamo più permetterci di dare un assegno in bianco, un lauto stipendio nell'attesa di un nuovo incarico in Italia, a coloro che eleggeremo fra un mese al Parlamento europeo. Vogliamo ora sapere cosa faranno col nostro voto. Bene che tutti i partiti si pronuncino riguardo al futuro Presidente della Commissione Europea: sono favorevoli o contrari a riconfermare Barroso, che ha grandi colpe nei ritardi con cui l'Europa ha reagito alla crisi? Bene anche che i singoli candidati (alle europee possiamo ancora sceglierli!) dicano ora se vogliono più o meno Europa nell'affrontare le sfide globali che ci stanno difronte, dalla crisi finanziaria all'immigrazione. C'è un semplice modo per capire da che parte stanno. Ci dicano se sono favorevoli o contrari a contrastare, con l'aiuto dell'Europa, l'immigrazione clandestina e a concedere la cittadinanza italiana a chi nasce e vive in Italia anziché offrirla solo a chi ha avuto nonni italiani e magari non ha mai messo piede nel nostro paese. Serve a capire in quale identità si riconoscono: italiani che partecipano alla costruzione europea o italiani che si riconoscono solo nel loro legame di sangue con le generazioni che li hanno preceduti. E una scelta fondamentale per chi ambisce a rappresentarci nel parlamento più multietnico del mondo.»
Meditate, gente. E  girate "questa" richiesta ai candidati che avete in animo di votare. Per esigenza di chiarezza.
postato da tortora alle ore 10:21 | link | commenti
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