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Ho resistito agli appelli dei vip, ai minuti di silenzio dei calciatori, alle testimonianze dei politici, al pianto in diretta del premier. Non mi hanno impressionato i palinsesti travolti, le dirette no – stop, le scritte in sovrimpressione durante gli show della sera. Non do un euro. E credo che questo sia il più grande gesto di civiltà, che in questo momento, da italiano, io possa fare.
Non do un euro perché è la beneficienza che rovina questo Paese, lo stereotipo dell’italiano generoso, del popolo pasticcione che ne combina di cotte e di crude, e poi però sa farsi perdonare tutto con questi slanci nei momenti delle tragedie. Ecco, io sono stanco di questa Italia. Non voglio che si perdoni più nulla. La generosità, purtroppo, la beneficienza, fa da pretesto. Siamo ancora lì, fermi sull’orlo del pozzo di Alfredino, a vedere come va a finire, stringendoci l’uno con l’altro. Soffriamo (e offriamo) una compassione autentica. Ma non ci siamo mossi di un centimetro.
Eppure penso che le tragedie, tutte, possono essere prevenute. I pozzi coperti. Le responsabilità accertate. I danni riparati in poco tempo. Non do una lira, perché pago già le tasse. E sono tante. E in queste tasse ci sono già dentro i soldi per la ricostruzione, per gli aiuti, per la protezione civile. Che vengono sempre spesi per fare altro. E quindi ogni volta la Protezione Civile chiede soldi agli italiani. E io dico no. Si rivolgano invece ai tanti eccellenti evasori che attraversano l’economia del nostro Paese.
E nelle mie tasse c’è previsto anche il pagamento di tribunali che dovrebbero accertare chi specula sulla sicurezza degli edifici, e dovrebbero farlo prima che succedano le catastrofi. Con le mie tasse pago anche una classe politica, tutta, ad ogni livello, che non riesce a fare nulla, ma proprio nulla, che non sia passerella.
C’è andato pure il presidente della Regione Siciliana, Lombardo, a visitare i posti terremotati. In un viaggio pagato – come tutti gli altri – da noi contribuenti. Ma a fare cosa? Ce n’era proprio bisogno?
Avrei potuto anche uscirlo, un euro, forse due. Poi Berlusconi ha parlato di “new town” e io ho pensato a Milano 2 , al lago dei cigni, e al neologismo: “new town”. Dove l’ha preso? Dove l’ha letto? Da quanto tempo l’aveva in mente?
Il tempo del dolore non può essere scandito dal silenzio, ma tutto deve essere masticato, riprodotto, ad uso e consumo degli spettatori. Ecco come nasce “new town”. E’ un brand. Come la gomma del ponte.
Avrei potuto scucirlo qualche centesimo. Poi ho visto addirittura Schifani, nei posti del terremoto. Il Presidente del Senato dice che “in questo momento serve l’unità di tutta la politica”. Evviva. Ma io non sto con voi, perché io non sono come voi, io lavoro, non campo di politica, alle spalle della comunità. E poi mentre voi, voi tutti, avete responsabilità su quello che è successo, perché governate con diverse forme - da generazioni - gli italiani e il suolo che calpestano, io non ho colpa di nulla. Anzi, io sono per la giustizia. Voi siete per una solidarietà che copra le amnesie di una giustizia che non c’è.
Io non lo do, l’euro. Perché mi sono ricordato che mia madre, che ha servito lo Stato 40 anni, prende di pensione in un anno quasi quanto Schifani guadagna in un mese. E allora perché io devo uscire questo euro? Per compensare cosa? A proposito. Quando ci fu il Belice i miei lo sentirono eccome quel terremoto. E diedero un po’ dei loro risparmi alle popolazioni terremotate.
Poi ci fu l’Irpinia. E anche lì i miei fecero il bravo e simbolico versamento su conto corrente postale. Per la ricostruzione. E sappiamo tutti come è andata. Dopo l’Irpinia ci fu l’Umbria, e San Giuliano, e di fronte lo strazio della scuola caduta sui bambini non puoi restare indifferente.
Ma ora basta. A che servono gli aiuti se poi si continua a fare sempre come prima?
Hanno scoperto, dei bravi giornalisti (ecco come spendere bene un euro: comprando un giornale scritto da bravi giornalisti) che una delle scuole crollate a L’Aquila in realtà era un albergo, che un tratto di penna di un funzionario compiacente aveva trasformato in edificio scolastico, nonostante non ci fossero assolutamente i minimi requisiti di sicurezza per farlo.
Ecco, nella nostra città, Marsala, c’è una scuola, la più popolosa, l’Istituto Tecnico Commerciale, che da 30 anni sta in un edificio che è un albergo trasformato in scuola. Nessun criterio di sicurezza rispettato, un edificio di cartapesta, 600 alunni. La Provincia ha speso quasi 7 milioni di euro d’affitto fino ad ora, per quella scuola, dove – per dirne una – nella palestra lo scorso Ottobre è caduto con lo scirocco (lo scirocco!! Non il terremoto! Lo scirocco! C’è una scala Mercalli per lo scirocco? O ce la dobbiamo inventare?) il controsoffitto in amianto.
Ecco, in quei milioni di euro c’è, annegato, con gli altri, anche l’euro della mia vergogna per una classe politica che non sa decidere nulla, se non come arricchirsi senza ritegno e fare arricchire per tornaconto.
Stavo per digitarlo, l’sms della coscienza a posto, poi al Tg1 hanno sottolineato gli eccezionali ascolti del giorno prima durante la diretta sul terremoto. E siccome quel servizio pubblico lo pago io, con il canone, ho capito che già era qualcosa se non chiedevo il rimborso del canone per quella bestialità che avevano detto.
Io non do una lira per i paesi terremotati. E non ne voglio se qualcosa succede a me. Voglio solo uno Stato efficiente, dove non comandino i furbi. E siccome so già che così non sarà, penso anche che il terremoto è il gratta e vinci di chi fa politica. Ora tutti hanno l’alibi per non parlare d’altro, ora nessuno potrà criticare il governo o la maggioranza (tutta, anche quella che sta all’opposizione) perché c’è il terremoto. Come l’11 Settembre, il terremoto e l’Abruzzo saranno il paravento per giustificare tutto.
Ci sono migliaia di sprechi di risorse in questo paese, ogni giorno. Se solo volesse davvero, lo Stato saprebbe come risparmiare per aiutare gli sfollati: congelando gli stipendi dei politici per un anno, o quelli dei super manager, accorpando le prossime elezioni europee al referendum. Sono le prime cose che mi vengono in mente. E ogni nuova cosa che penso mi monta sempre più rabbia.
Io non do una lira. E do il più grande aiuto possibile. La mia rabbia, il mio sdegno. Perché rivendico in questi giorni difficili il mio diritto di italiano di avere una casa sicura. E mi nasce una rabbia dentro che diventa pianto, quando sento dire “in Giappone non sarebbe successo”, come se i giapponesi hanno scoperto una cosa nuova, come se il know – how del Sol Levante fosse solo un’ esclusiva loro. Ogni studente di ingegneria fresco di laurea sa come si fanno le costruzioni. Glielo fanno dimenticare all’atto pratico.
E io piango di rabbia perché a morire sono sempre i poveracci, e nel frastuono della televisione non c’è neanche un poeta grande come Pasolini a dirci come stanno le cose, a raccogliere il dolore degli ultimi. Li hanno uccisi tutti, i poeti, in questo paese, o li hanno fatti morire di noia.
Ma io, qui, oggi, mi sento italiano, povero tra i poveri, e rivendico il diritto di dire quello che penso.
Come la natura quando muove la terra, d’altronde.
l’Unità 10.4.09
La fede über alles
Anatema del papa su Nietzsche: «Troppo libero»
Ratzinger ai sacerdoti Ieri in un’omelia ha lanciato un atto d’accusa contro il filosofo tedesco, la sua «superbia distruttiva» e la sua «presunzione che finiscono nella violenza». Lo avrà letto sul serio?
di Bruno Gravagnuolo
C’è ragione e ragione. La scienza ce l’ha «piccola»
«Nell’ultimo decennio, la resistenza della creazione a farsi manipolare dall’uomo si è manifestata come elemento di novità nella situazione culturale complessiva. La domanda circa i limiti della scienza e i criteri cui essa deve attenersi si è fatta inevitabile»: Ratzinger nel ’92. Da Papa non ha cambiato idea: la fede è più verità della scienza
Galileo? «La sentenza della Chiesa fu giusta»
L’anno scorso il Papa, usando erroneamente una frase del filosofo agnostico-scettico Feyerabend scrisse nel discorso che avrebbe dovuto tenere alla Sapienza di Roma: «La sua (della Chiesa, ndr) sentenza contro Galileo fu razionale e giusta, e solo per motivi di opportunità politica se ne può legittimare la revisione».
L’evoluzionismo ha una «razionalità ridotta»
Conferenza di Ratisbona, 2006. Il Papa distingue tra «ragione ristretta» tipica della scienza e «ragione estesa» che coincide con la fede. Alla luce della ragione estesa, il darwinismo diventa dotato di una razionalità inferiore. Il Papa ha aperto quindi un conflitto non tra scienza e fede ma tra due razionalità di rango diverso.
Tutta colpa di Nietzsche. E non solo la crisi delle vocazioni, il rifiuto dell’obbedienza, e della parola di Dio. Ma anche l’omologazione delle coscienze, figlia della «superficialità di tutto ciò che di solito si impone all’uomo di oggi». E tutta colpa di Nietzsche pure «la superbia distruttiva e la presunzione, che disgregano ogni comunità e finiscono nella violenza». Insomma, atto d’accusa globale contro il filosofo tedesco, quello pronunciato ieri da Papa Ratzinger, in occasione della «messa crismale», durante la quale si benedicono gli olii santi prima della Pasqua. Un’accusa esplosa in un’omelia dedicata ai sacerdoti delle Diocesi di Roma, e riuniti in San Pietro. E con toni e accenti davvero inconsueti in un Pontefice. Almeno dai tempi in cui nel Sillabo Pio IX condannava liberalismo e ideologie democratiche e socialiste, come fomite dei mali assoluti di quel tempo. In realtà mai in passato un Papa si era scagliato con tanta foga contro un solo filosofo, fatto responsabile di tutte le nequizie dell’umanità contemporanea. Come se il filosofo dell’Eterno Ritorno fosse lui stesso, e in prima persona, una sorta di incarnazione del diavolo, e della superbia tentatrice e luciferina che ne caratterizza l’ombra distruttiva all’opera.
Quindi, valore paradigmatico per il Papa delle idee nietzscheane in ordine al fondamento del «male». E inserite in quanto tali in un ragionamento etico e teologico ben preciso. Che mette al centro due colpe ben precise del filosofo: l’aver «dileggiato l’umiltà e l’obbedienza come virtù servili, mediante le quali gli uomini sarebbero stati repressi». E l’aver «messo al loro posto la fierezza e la libertà assoluta dell’uomo». Di qui appunto il rifiuto del’Autorità e la violenza distruttiva connesse alla presunzione di un «volere autonomo», svincolato dala fede. E di qui il mito dell’«autorealizzazione», che rifiuta la vera «verità del nostro essere», ovvero «la retta umiltà che si sotomette a Dio». Certo ammette il Papa - con riferimento alla critica nietzscheana dello zelo virtuoso - esistono anche «caricature di una sottomissione e di una umiltà sbagliata». Ma il rischio più grave per il Pontefice teologo restano la ribellione e la presunzione. Nonché il rifiuto dei «sacrifici» che ci rendono amici di Cristo e che a Lui consacrano la nostra esistenza. Una esistenza che è davvero consacrata, aggiunge il Papa, proprio quando essa è rescissa da «connessioni mondane», come nel sacerdozio obbediente. Che ben per questo può poi diventare «disponibile per gli altri». Toni demonizzanti, lo abbiamo detto, ma che rivelano altresì molte cose. In primo ruolo il rifiuto da parte di questo Papa di riconoscere dignità autonoma al valore della libera coscienza e della libera indagine a partire dalla «soggettività», moderna o premoderna. Un atteggiamento in flagrante contraddizione sia con l’etica «rischiosa» di Agostino, che prescriveva la ricerca del vero in interiore homine. Sia con quella kantiana, basata sull’autonomia della «ragione pratica», e coincidente con il «regno dei fini», senza necessariamente vederselo prescritto dalle norme positive racchiuse nella fede rivelata. Non parliamo poi del «libero esame luterano» e della «giustificazione individuale per fede e non per le opere». Dimensioni che questo Pontefice evidentemente respinge, e che stante il suo rifiuto programmatico del «dialogo», non riesce a includere nemmeno dentro il semplice ascolto «inter-confessionale».
Paradossalmente, è proprio il principio della libertà interiore - seme germogliato dal cristianesimo stesso e secolarizzatosi nella modernità - ciò che questo Papa rifiuta. A meno che esso non sia inserito dentro il «crisma» dell’Autocritas e delle Chiavi di Pietro - dalla Chiesa detenute. Tutto il resto è relativismo, presunzione. E infine violenza distruttiva. Come tali frutto dell’indebita autonomia della ragione, che lasciata a sé è male. È il Male. E Nietzsche? Senza dubbio nella sua radicalità libertaria si presta a meraviglia all’intemerata papale. Salvo che la sua «recezione» da parte di Ratzinger è banale e orecchiata. Non è fondata sui testi, e corrisponde piattamente alle interpretazioni più logore dei fascismi e del marxismo-stalinismo. Le prime persuase di trovare nel filosofo un anticipatore della volontà di potenza etnica e imperiale (il Nietzsche riscritto dalla sorella reazionaria e «nordificato» dai nazisti). Le seconde convinte di aver scoperto nel filosofo il volto della «borghesia irrazionalista» nell’epoca dell’«Imperialismo fase suprema del capitalismo». Interpretazione questa avallata oggi da Ernst Nolte, che vede nel Superuomo la rivolta del borghese tedesco minacciato di annientamento da parte socialista e comunista. Il vero Nietzsche? Fragile, problematico, a modo suo disperato. E in certo senso cristiano, come scrisse con acume Karl Jaspers, capace di scoprire in lui una radicalità etica volta a liberare l’uomo dalle illusioni che lo rendono ipocrita e violento, magari con la scusa di fedi e ideologie. Nietzsche perciò dai mille volti ma teso alla gioia del conoscere (Gaia Scienza). Alla «pienezza del dare» e al grande stile estetico che fa del mondo un giardino. E Nietzsche che scrive: «Dove si dice “ama il prossimo” tuo c’è sempre qualcuno che è escluso da quell’amore, un lontano. Ecco, io amo quel lontano». Già, tra Nietzsche e Cristo ci sono forse più cose in comune che questo Papa non immagini. A leggerlo sul serio.
La gaia fede di Nietzsche:
«La nascita della tragedia dallo spirito della musica» (1872); «Considerazioni inattuali» (1873-76); «Umano troppo umano» (1878); «Aurora» (1881); «La gaia scienza» (1882); «Così parlò Zarathustra» (1883); «Al di là del bene e del male» (1886); «L’anticristo», «Ecce Homo» (postumi). Tutti nell’edizione Adelphi, a cura di Colli-Montinari.
Alcuni testi base per capire:
Su Nietzsche si vedano almeno Gilles Deleuze, «Nietzsche e la filosofia» (Einaudi, 2002); Martin Heidegger, «Nietzsche» (1961, Adelphi); Karl Jaspers, «Nietzsche» (1936, Mursia); Gianni Vattimo, «Il soggetto e la maschera. Nietzsche e il problema della liberazione» (1974, Bompiani).
Repubblica 10.4.09
Contro Nietzsche L’accusa del papa al filosofo nichilista
di Franco Volpi
I mali che secondo Ratzinger risalgono al filosofo tedesco, dalla violenza al relativismo
Durante la messa del giovedì santo Benedetto XVI ne richiama la figura: "il suo pensiero ha dileggiato l´umiltà e l´obbedienza"
Il suo pensiero è stato considerato una fonte di ispirazione per l´ideologia nazista
Molti stereotipi, tra cui l´idea della morte di Dio hanno condizionato il pensiero
Un tragico osservatore del vuoto spirituale in cui versa il mondo moderno
Povero Nietzsche! È stato l´unico filosofo a cui è toccato il singolare privilegio di essere considerato responsabile niente meno che di una guerra mondiale. Durante il conflitto del 1914-1918 in una libreria di Piccadilly erano esposti in vetrina i diciotto volumi delle sue opere complete in inglese, con una scritta a lettere cubitali: The Euro-Nietzschean-War: leggete il diavolo per poterlo combattere meglio!
Poi venne il nazionalsocialismo, e alcune sue dottrine - il superuomo nel senso della selezione biologica, la volontà di potenza, l´antropologia dell´animale da preda e della bestia bionda - furono considerate alla stregua di una fonte di ispirazione dell´ideologia razzista e del totalitarismo. Più tardi, dato che egli diagnostica alcune esperienze negative del Novecento come la «morte di Dio», la decadenza dei valori tradizionali o l´avvento del nichilismo, si è prodotto un singolare transfert: si è scambiato il suo pensiero per la causa della crisi che esso in realtà voleva solo analizzare e superare. Nietzsche è diventato allora il distruttore della ragione, il maestro dell´irrazionale, il teorizzatore del nichilismo e del relativismo.
Tutti questi stereotipi hanno fortemente condizionato la sua immagine e la sua fortuna. E per questo egli ha suscitato entusiasmi e attirato anatemi, ha ispirato movimenti di avanguardia, mode culturali e stili di pensiero, ma anche provocato reazioni e rifiuti altrettanto risoluti. Ovviamente anche da parte cattolica. Benché autorevoli interpreti - padre Paul Valadier, per esempio, o il teologo Eugen Biser - abbiano cercato di mostrare il contrario, non c´è dubbio che tra alcune dottrine nicciane e altrettanti insegnamenti fondamentali del cristianesimo ci sia una profonda incompatibilità. Non stupisce perciò che il Papa consideri Nietzsche un cattivo maestro, e che riconduca alla sua filosofia alcuni mali del mondo contemporaneo. Negli ultimi anni egli non si è stancato di denunciare il pericolo del relativismo e del nichilismo, fomentato da Nietzsche. Adesso, nel criticare l´ideale di umanità predominante nel mondo attuale, basato sul valore dell´autoaffermazione individuale, egoistica e libertaria, ricorda la responsabilità di Nietzsche: «Egli ha dileggiato l´umiltà e l´obbedienza come virtù servili, mediante le quali gli uomini sarebbero stati repressi, e ha messo al loro posto la fierezza e la libertà assoluta dell´uomo».
Ora, al di là del fatto che l´opera di Nietzsche è un autentico puzzle, un subisso di frammenti e aforismi la cui combinazione in una dottrina d´insieme è tutt´altro che assodata, sarebbe un peccato non approfondire gli spunti che vengono da queste critiche con qualche domanda. Ed è meglio prendere Nietzsche non per le risposte che dà, ma per le domande che pone.
Primo: dopo che la storia ci ha insegnato che spesso il possesso della Verità produce fanatismo, e che un individuo armato di verità è un potenziale terrorista, vien fatto di chiedere: il relativismo e il nichilismo sono davvero quel male radicale che si vuol far credere? O essi non producono forse anche la consapevolezza della relatività di ogni punto di vista, quindi anche di ogni religione? E allora non veicolano forse il rispetto del punto di vista dell´altro e dunque il valore fondamentale della tolleranza? C´è del bello anche nel relativismo e nel nichilismo: inibiscono il fanatismo.
Quanto poi alla concezione dell´uomo aristocratica e libertaria, anche qui sarebbe un peccato limitarsi alla superficie dei singoli aforismi di Nietzsche. Sarebbe come, in un quadro pointilliste, vedere solo i tocchi cromatici e non l´insieme della pittura. Ebbene, da tragico osservatore del vuoto spirituale in cui versa il mondo moderno, Nietzsche non vuole essere un «predicatore di morte». Non intende adagiarsi nella negazione dei valori e nel cupio dissolvi. Al contrario, vuole superare il nichilismo: vuole far sì che esso si compia in modo da «averlo dietro di sé, sotto di sé, fuori di sé». A tal fine auspica un contro-movimento da cui nascano nuovi valori, e lo individua nella creatività dionisiaca dell´arte.
La sua critica della mentalità e della morale «del gregge», la sua difesa di quello che potremmo definire un «diritto all´eccellenza», è un tentativo di superare la sterilità della semplice proibizione, dell´abnegazione e della rinuncia, che mortificano la vita. Nietzsche vuole che la vita si realizzi in tutte le sue potenzialità. E consiglia perciò un atteggiamento «creativo» che dia alla vita tutta la sua pienezza, analogo a quello dell´artista che imprime alla sua opera una forma bella. In tal senso la sua nuova morale è una sorta di «estetica dell´esistenza» il cui imperativo raccomanda: «Diventa quello che sei!» E anche se la vita non è bella, sta a noi cercare di renderla tale.
Uno dei problemi della Chiesa attuale è che la produzione della felicità le è sfuggita di mano. Ma non è colpa di Nietzsche se la forza dei Vangeli svanisce e la condizione dell´uomo occidentale è sempre più paganizzata.
Corriere della Sera 10.4.09
Cacciari critico, Reale approva.
Vattimo: un cristiano inconsapevole.
Severino: nega l’eterno
Il Papa e Nietzsche, duello tedesco
«Libertà assoluta» e «dileggio dell’umiltà»: Ratzinger contesta il filosofo
di Gian Guido Vecchi
«Via sulle navi, filosofi!», esclama ne La gaia scienza. E in Aurora: «E dove dunque vogliamo arrivare? Al di là del mare? ». Nietzsche e l’idea di libertà. Dell’andare oltre ogni «miserevole ricetto». Un pensiero che ha una responsabilità grande, riflette Benedetto XVI citando — come già nell’enciclica Deus Caritas est — il filosofo suo compatriota: «Friedrich Nietzsche ha dileggiato l’umiltà e l’obbedienza come virtù servili, mediante le quali gli uomini sarebbero stati repressi. Ha messo al loro posto la fierezza e la libertà assoluta dell’uomo ».
Parole tanto più significative se si considera che il Papa, ieri mattina nella Basilica di San Pietro, parlava ai sacerdoti durante la Messa crismale: davanti a cardinali, vescovi e presbiteri che «rinnovano le promesse» prima delle celebrazioni di Pasqua. Un’omelia raffinata sul senso della «consacrazione» come «sacrificio» di sé, un «togliere dal mondo e consegnare a Dio» che per i sacerdoti «non è una segregazione» ma un donarsi a tutti, come Gesù «sacerdote e vittima» che «si consegna al Padre per noi» e prega per i discepoli: «Consacrali nella verità». È a questo punto che Benedetto XVI ha alzato lo sguardo: «Come stanno le cose nella nostra vita? Siamo veramente pervasi dalla parola di Dio? O non è piuttosto che il nostro pensiero sempre di nuovo si modella con tutto ciò che si dice e che si fa? Non sono forse assai spesso le opinioni predominanti i criteri secondo cui ci misuriamo?». Di qui il riferimento a Nietzsche e al dileggio dell’umiltà in favore della libertà assoluta. Il Papa chiede di «imparare da Cristo la retta umiltà», non certo «una sottomissione sbagliata, che non vogliamo imitare». E vede un pericolo: «Esiste anche la superbia distruttiva e la presunzione, che disgregano ogni comunità e finiscono nella violenza».
Problema: le cose stanno così? E fino a che punto Nietzsche ne sarebbe responsabile? «Il Papa ha perfettamente ragione nel prendersela con le libertà assolute e le fierezze virili, ma temo che la sua lettura di Nietzsche risenta di un’interpretazione vecchia», commenta Massimo Cacciari, autore di un saggio sul «Gesù di Nietzsche», un tema che compare anche nella sua opera più recente, Della cosa ultima. «La libertà di Nietzsche è problematica, non è quella dei moderni che anzi critica: la sua è una visione presente in Schelling che sarà ripresa da Heidegger, la libertà non come qualcosa che 'tu hai' ma che 'ti ha'». Ma non basta: «Lo Zarathustra ha pagine in cui indica nella figura dell’Oltreuomo la capacità di donare tutto, di non tenere nulla per sé: amo coloro che sanno tramontare, dice. Ci sono passi in cui l’affinità tra Oltreuomo e Gesù è fortissima. Del resto la polemica di Nietzsche contro il cristianesimo è rivolta alla teologia paolina, peraltro fraintesa, e non alla figura sinottica di Gesù». Secondo Cacciari, insomma, «la grandezza di un filosofo imprescindibile per la contemporaneità andrebbe compresa in tutta la sua complessità, altrimenti la polemica danneggia la stessa predicazione come capacità di assimilare a sé le voci discordanti. Gesù andava da coloro che lo rispecchiavano, era un narciso? O invece si rivolgeva ai pubblicani, al centurione? 'Io vi dico che neanche in Israele ho trovato una fede così grande!'. Perché la Chiesa non si sforza di fare lo stesso con Nietzsche e la cultura contemporanea? ».
Emanuele Severino, che al filosofo tedesco ha dedicato L’anello del ritorno, sorride: «Ai cattolici dico sempre che con l’inevitabilità di questi pensieri bisogna fare seriamente i conti». Dal suo punto di vista, capisce il Papa: «Per la tradizione al centro della verità c’è Dio mentre Nietzsche, preceduto da Leopardi, mostra l’impossibilità di ogni eterno e di ogni divino. Conseguenza necessaria è la negazione di ogni 'umiltà' rispetto al divino. E l’esaltazione di libertà e fierezza». Questo però non c’entra con le idee correnti: «La libertà di Nietzsche presuppone si sappia perché 'Dio è morto'. L’ateismo, il relativismo, l’indifferentismo sono essi stessi superficiali e dogmatici, non hanno nulla a che fare con la radicalità di quel pensiero. Ci vuole ben altro per arrivare a Nietzsche e a Cristo!».
In tutto questo, uno studioso nietzschiano come Gianni Vattimo riconosce a Benedetto XVI di «aver ragione sul dileggio dell’obbedienza », ma non sull’umiltà: «Nietzsche è un cristiano inconsapevole, o che non voleva riconoscere di esserlo: un po’ per via del padre pastore protestante e un po’ perché amava il Vangelo ma non la struttura gerarchica della Chiesa, come me. Penso alle tre metamorfosi che aprono lo Zarathustra: lo spirito da cammello si fa leone e si rivolta alle autorità, ma alla fine si muta in fanciullo, 'occorre un sacro dire di sì'. E non era Gesù a dire che dobbiamo diventare come fanciulli?». Sarà, ma il filosofo cattolico Giovanni Reale non è convinto: «Nietzsche ha scritto cose molto belle e cose terribili. Ciò che presentava come una conquista si è rivelato terribile, Benedetto XVI ha ragione. La libertà assoluta alla fine l’abbiamo avuta. Però, come diceva Bauman, ci è arrivata con il cartellino del prezzo, un prezzo salatissimo: l’egoismo, la solitudine ». Non è un caso che il Papa si sia rivolto ai sacerdoti: «Loro hanno la responsabilità di dire la Parola. Io non mi capacitavo: perché Gesù non ha lasciato nulla di scritto? L’ho capito grazie a Platone, al finale del Fedro: la verità non si scrive sui rotoli di carta ma nel cuore degli uomini».
Leggo con sorpreso stupore che a Renzo Bossi - figlio di Umberto Bossi, leader della Lega Nord, partito di governo - è stata negata, per la terza volta, la "Maturità scientifica" da una Commissione di impudenti e arroganti professori meridionali e anti-padani.
Leggo poi, con la sofferenza di padre, che il giovane, così provato dall'immeritato fallimento del suo impegno di studio, ha manifestato il suo accorato rincrescimento per non potersi iscrivere all'Università.
Ecco, vorrei invitare il giovane rampollo a non affliggersi troppo.
E soprattutto a non demordere.
Ci sono almeno due altre soluzioni alternative al problema.
Se in lui è prevalente l'offesa dell'orgoglio umiliato, allora l'illustre padre potrebbe far convocare, presso la sede del Ministero della Pubblica Istruzione, una supercommissione che conferisca al giovane una inequivocabile e irrevocabile idoneità «honoris causa».
Se invece nel giovane è prevalente l'irritato rammarico per non poter accedere ai superiori studi universitari, allora S.E. il Ministro, opportunamente sollecitato, potrebbe interporre i suoi buoni uffici alla ricerca di un Ateneo disposto ad accogliere come studente l'illustre rampollo, adottando procedura analoga e motivazione affine a quella per la cooptazione dei docenti stranieri: «per chiara fama».
Va da sé che, per essere sicuri del risultato, si potrebbero intraprendere simultaneamente entrambe le iniziative. Che infatti non sono incompatibili.
Santo Padre
lo confesso: anch'io desidererei la rimozione dei crocifissi dagli uffici pubblici e dalle aule scolastiche.
Non - come si pensa in Vaticano - perché in preda alla dilagante mania distruttiva delle radici della civiltà occidentale. E tanto meno per "cristofobia".
Solo per civiltà . Per rispetto della libertà di coscienza.
Non accetto che un cittadino di religione non-cristiana o di nessun credo religioso, debba sentirsi estraneo in casa propria.
E non mi piace che s'influenzino i ragazzi in merito alle scelte di fede con l'esposizione delle immagini simboliche di una qualsivoglia religione.
Sullo sciopero nazionale per la ricerca e l'università di venerdi 14 novembre p.v. le forze sindacali si sono divise.
La Cisl non parteciperà. La Uil tituba. La Cgil è l'unica, finora, che vuole lo sciopero. Con convinzione.
Meno male. Ora sappiamo chi davvero ha a cuore i problemi per cui si sciopera e chi invece si preoccupa di non arrecare disturbo al manovratore.
Questi sindacati sono allo sbando. Il governo li vuole divisi. E c'è chi si presta al suo gioco.
È il "nuovo" modo di governare di Berlusconi!
Il quale ormai ha i "suoi" sindacati, che, per le questioni importanti, convoca per consultazioni o diktat. Escludendo naturalmente dalla convocazione quelli che a suo parere gli sembrano più ostili o più resistenti.
Come è accaduto ieri. Berlusconi ha indetto una
riunione con il ministro Sacconi, il presidente di Confindustria Emma Marcegaglia, Raffaele Bonanni leader di Cisl, e Luigi Angeletti segretario della Uil. Non convocati Ugl e Cigl. La riunione c'è stata. Ma Angeletti (Uil), alla trasmissione Ballarò, ha negato di avervi partecipato. Ha negato fino alla fine. Eppure c'è chi l'ha visto uscire da un'uscita secondaria di Palazzo Grazioli.
Nuovo modo di fare sindacato?
Ah, a proposito. Lottare per un'«altra» Università - diceva Mr. Lapalisse, nato nel giorno e nel luogo della sua nascita e morto qualche tempo dopo da qualche parte - non significa difendere «questa» università.
“
Tagli di spesa e finti concorsi"
La Repubblica, 12 novembre 2008
Ettore Livini
L’Italia del tappo generazionale, il paese “bloccato” che guarda con nostalgia al suo passato più che scommettere sul suo futuro ha uno specchio straordinario che riflette in modo cristallino tutte le sue debolezze strutturali: i suoi investimenti nella ricerca. La fuga di cervelli dal Belpaese è solo la punta dell’iceberg.
La nostra università sono (malgrado tutto) una miniera d’oro di talenti - come dimostrano i loro successi appena mettono il naso oltrefrontiera - frustrati da un sistema imballato, incapace di valorizzarli. Prendiamo Pier Francesco Ferrari, 39 anni, una moglie e tre figli. Fosse un talento (presunto) del calcio come Ricardo Quaresma, potrebbe guadagnare 1.600 euro ogni 2 ore di lavoro, lo stipendio che l’Inter paga al suo talentuoso e deludente centrocampista. Capisse di finanza, magari quei 1.600 euro se li metterebbe in tasca ogni mezz’ora, com’è successo nel 2007 al numero uno di Unicredit Alessandro Profumo. Lui invece quella cifra se la suda in un mese (”Lavoro dalle 8.30 di mattina alle 19.30 di sera - precisa - più qualche ora al computer la sera, dopo aver messo a letto i ragazzi”). Avendo un curriculum vitae che recita: neuroscienziato ed etologo al dipartimento di biologia evolutiva dell’Università di Parma, tra i massimi esperti mondiali negli studi sui neuroni specchio, 18 mesi di dottorato alla Tufts University di Boston, un anno a Washington a un progetto finanziato dal National Institute of Health a Washington (”che nostalgia, mi pagavano 100mila dollari l’anno…”), ricerche pubblicate sulle riviste più prestigiose del globo, Science compresa.
Ferrari - nota bene - non si lamenta dei soldi. “In fondo - dice il ricercatore parmigiano - mi sveglio ogni mattina pensando che mi pagano per fare quello che ho sempre sognato”. Il suo cruccio è che le notti al computer, i fine settimana passati a studiare come i neuroni dei cervelli delle scimmie reagiscono ai movimenti altrui difficilmente gli regaleranno qualcosa di più di una soddisfazione personale. “Non è nemmeno una questione di baronie - dice - Anzi. Qui a Parma i nostri laboratori accademici sono punte di eccellenza”. Il problema - spiega - è che “l’Università non è in grado di giudicarmi”. Non contano le pubblicazioni internazionali e i dottorati: “Il sistema come tutto il paese è autoreferenziale, sceglie le sue eccellenze con concorsi truccati, in un meccanismo perverso in cui un ateneo non ha alcun interesse ad assumere una persona capace piuttosto che un incompetente”.
Il paradosso di quest’Italia ingessata è che l’incapacità di valorizzare il suo patrimonio di ricerca ha come conseguenza diretta lo svilimento del settore. Il Belpaese è la Cenerentola continentale per investimenti, spende per costruire il suo futuro solo l’1,1% del Pil contro il 2,5% della media Ocse. E se deve tagliare un po’ di spese, come capita con questi chiari di luna, non si fa troppi scrupoli: “Io sono davvero preoccupato - dice Umberto Veronesi, numero uno dell’Istituto Europeo di Oncologia - In teoria proprio in una situazione economica come questa si dovrebbero stanziare più soldi per l’innovazione. E invece so già che finirà per essere punita la ricerca, la più facile da tagliare”.
Preferiamo, come capita ai paesi vecchi e vuoti di speranza, ipotecare il nostro domani per risparmiare due lire oggi: tra il 1990 e il 2005 gli investimenti complessivi pubblici-privati in ricerca e sviluppo (R&S) sono cresciuti da 8,8 a 15,6 miliardi ma il rialzo, depurato dell’inflazione, è stato un modesto 4%. Non solo. Mentre il nostro paese cammina, il resto del mondo corre. Fatti 100 gli stanziamenti del 1990, noi siamo arrivati con il fiatone 15 anni dopo a quota 104 mentre Francia (121), Germania (138) e soprattutto Spagna (217) hanno dimostrato di credere molto di più nel futuro.
Il materiale umano per competere - come dimostra il caso di Ferrari - non manca. L’Italia malgrado il tasso basso di scolarità - 12,2% di laureati, la metà di Francia e Spagna - e i pochi soldi investiti nell’istruzione, riesce lo stesso a formare una comunità scientifica di qualità. “Dalle nostre università escono ricercatori bravi e preparati - conferma il fisico Luciano Maiani, fresco presidente del Cnr - Il problema però è che noi non riusciamo a tenerli in patria. Intendiamoci, l’esperienza all’estero è utile. Ma il canale del reclutamento dovrebbe essere sempre aperto, selettivo ma costante, senza blocchi delle assunzioni. Se no si uccidono le speranze delle nuove generazioni”.
La cartina di tornasole - un po’ agrodolce - della qualità dei ricercatori italiani e delle opportunità perse da un paese che non riesce a trattenerli sono i risultati del primo bando di stanziamento fondi (300 milioni) del Consiglio Europeo delle ricerche, il più innovativo sistema di finanziamento Ue che in pochi anni distribuirà la bellezza di 7,5 miliardi. L’Italia è stata prima per numero di richieste (il 19,2% del totale) - segno di una comunità scientifica numerosa ma che fatica a trovare soldi in patria - e seconda per numero di vincitori. Peccato che su 58 dei premiati tricolori, ben 18 abbiano deciso di esportare in strutture straniere il loro know-how. Mentre solo quattro “Archimedi” (un inglese, due polacchi e un norvegese) hanno scelto di espatriare nello stivale, contro i 58 che hanno deciso di trasferirsi a Londra.
Manca il salto di qualità. Lo Stato mette pochi soldi per la ricerca e molti di quei pochi li spende male. I privati, anche per le peculiarità del nostro sistema imprenditoriale fatto di imprese medio-piccole, investono molto meno dei loro concorrenti europei. Gli stanziamenti pubblici, secondo i dati della Fondazione Cotec, sono fermi al livello del ‘90 (lo 0,52% del Pil contro lo 0,77% della Francia e lo 0,76% della Germania) con un preoccupante decremento negli ultimi quattro anni. Il gap è ancora più evidente sul fronte degli investimenti privati. Le imprese del Belpaese garantiscono poco più della metà dei soldi a disposizione della ricerca in Italia, una montagnetta di denari che - ed è uno dei pochi segnali positivi del settore - tende negli ultimi anni a crescere (+6% tra 2003 e 2005). In valore assoluto, però, rimaniamo la cenerentola d’Europa: i fondi garantiti dalle imprese all’innovazione sono pari allo 0,55% del Pil, contro il 2,54% del Giappone, l’1,83% della Germania e persino lo 0,6% della Spagna. La morale è semplice: ricerca e sviluppo - in teoria uno dei volani in grado di far ripartire il paese e aiutare a ricostruire la sua classe dirigente - non decollano. E la fabbrica dei talenti funziona solo in base a una sorta di volontariato come nel caso di Ferrari, o grazie a una sorta di fai-da-te per raccogliere i capitali necessari a tirare avanti.
“Io dico che bisogna lo stesso essere ottimisti - dice Maiani - Le risorse dello stato sono sempre meno, ma il Cnr, ad esempio, ha imparato negli ultimi cinque anni dopo la Riforma Moratti a conquistarsi i suoi fondi sul mercato. Oggi il ministero garantisce solo il 50% delle nostre entrate (in totale poco più di un miliardo nel 2007, ndr.) e il resto siamo riusciti a procurarcelo altrove”. In parte dalla Ue, in parte dalle Regioni, con una parte importante dovuta alle imprese.
“Unioncamere e Confindustria sono nel nostro cda - conferma il numero uno del Cnr - Sono convinto che creeremo un rapporto virtuoso e spero di riuscire anche a far nascere dal Centro nazionale delle ricerche nuove aziende innovative in grado di muoversi con le loro gambe”. Resta il problema di finanziare la ricerca “fondamentale”, quella svincolata da immediati ritorni economici e da interessi aziendali. “In effetti le risorse per questo lavoro sono pochissime. Mi basterebbero un centinaio di milioni, più o meno quanto ne perdeva in un paio di mesi Alitalia”, conclude Maiani. La compagnia di bandiera pare - scioperi permettendo - che si sia salvata a suon di contributi pubblici (lo stato alla fine pagherà a piè di lista qualche miliardo di euro). Per sbloccare la ricerca di casa nostra, invece, e regalare un po’ di speranza ai tanti Ferrari tricolori non sembra al momento esserci alcuna Cai in vista.
Signora B.
«C'è da restare allibiti. Alla sua età se ne va in discoteca, se ne esce alle sei del mattino, e fa pure il buffone: fra un'ora comincio a lavorare ... ma sì, mi sento fresco".
Capisco che deve apparire sempre il migliore di tutti. Ma c'è un limite a tutto. Dopo aver dato l'impressione dell' "ercolino-sempre-in- piedi", poi viene a casa e dice che ha il mal di schiena, che deve tornare quanto prima da Messegué, e che per il momento bisogna chiamare di corsa il massaggiatore, altrimenti non riesce neppure a stare seduto in Consiglio!
E non la smette di sparare palle. Specialmente per il sesso. È una fissazione. Ma come gli viene in mente di dire che la notte lui dorme solo tre ore perché le altre tre deve fare l'amore? Magari! - dico io -, magari! La verità è che lui, a settant'anni, tenta l'alzabandiera: non dico di no. Ma la tromba suona e la bandiera non sale!»
Signora S.
«Che figura! Che figura! Gliel'avevo detto: non andare in televisione, che poi ti vengono i deliri, i sussulti di onnipotenza, e cominci a straparlare ... la televisione fa brutti scherzi: allenta i riflessi come l'alcol, e finisci col dire cose che non avresti mai dovuto dire».
Ed è successo proprio così. Magari pure perché le interviste in 'ste trasmissioni domenicali le fanno poco dopo l'ora di pranzo: e lui a tavola, la domenica, si lascia andare.
Sia come sia, ha fatto la frittata. Ha accusato quello lì, quell'ex comunista, di aver avvelenato il clima politico. Che bella uscita ...! Poi, com'era prevedibile, s'è pentito. Sì, gliel'hanno detto pure i compagni di partito ch'era stata una cavolata.
Ora io dico: tu hai una carica istituzionale; sei il numero due; ma che te ne importa? Statti zitto. I problemi del dialogo (si fa - non si fa; si deve fare - no non si deve fare più; è lui che non lo vuole - no siamo noi che non lo vogliamo più -), lasciali risolvere agli altri. A quelli del partito. Tu non sei stato mai ... - vabbè, lasciamo perdere ... - , e ti metti pure a discutere! La reciproca legittimazione ... non è vero che c'è la deriva autoritaria ...
Con quale risultato? Una prima nota ufficiale ... per evitare fraintendimenti: e che invece ha attizzato un incendio. Interventi - a tuo sostegno - dei soliti amici: ma nessuno ti ha creduto. E poi quell'umiliante telefonata di scuse per sentirti dire che, sì, va bene, finiamola qua, ma hai fatto una stronzata.
E io ora penso: che cosa starà dicendo - di te - la tua gente, quella della tua terra? Non vorrei neppure immaginarlo. Ma io lo so che cosa hanno pensato: un quaqquaraquà ... il solito quaqquaraquà».
Paul Anthony Samuelson è uno dei grandi vecchi di cui bisogna augurarsi che campino a lungo nelle attuali condizioni di lucidità intellettuale.
Economista, allievo del famoso Joseph Schumpeter, già nel 1947 vincitore della prestigiosa «John Bates Clark Medal», poi vincitore del «Premio Nobel per l'economia», segue sempre con notevole attenzione critica ciò che avviene sullo scenario mondiale. Spesso guarda cose persone ed eventi con occhio ironico; famosa la sua battuta: Gli economisti hanno correttamente previsto nove tra le ultime cinque recessioni.
Intervistato sull'attuale situazione economico-finanziaria degli Stati Uniti, ha rilasciato dichiarazioni contrassegnate dall'acutezza dalla competenza e dalla saggezza proprie solo di chi possiede grande esperienza, grande cultura e grande libertà di giudizio.
Ecco il testo dell'intervista. Utile anche per una riflessione critica sulla presente situazione economico-politico italiana. E occhio alla frecciatina finale.
Samuelson: lo stesso copione del '29
di Eugenio Occorsio
La Repubblica
Martedì 30 Settembre 2008
Bush verrà ricordato nei libri di storia come il peggior presidente degli ultimi 200 anni. La responsabilità di quanto sta accadendo ricade interamente su di lui, e sui suoi otto anni di deregulation esasperate e selvagge. Ora probabilmente è tardi per cercare rimedio.
È decisa come non mai la voce di Paul Samuelson, classe 1915, Nobel nel 1970, consigliere di Kennedy, padre nobile di tutti gli economisti liberal del pianeta. Gli telefoniamo a casa temendo di disturbare, e rispondono risentiti:
Perché lo cercate qui? E´ all´università.
Nell´ufficio del Mit che occupa dal 1940 ci risponde al primo squillo. La seconda Grande Depressione della sua vita gli ha fatto riacquistare la grinta.
Quali sono le differenze fra allora ed oggi?
Differenze? Il percorso che ci ha portato a questo punto è esattamente lo stesso, una ricetta diabolica di avidità, indebitamento, speculazione, laissez-faire, e soprattutto un´infinita incoscienza. E ora come allora l´America porterà la croce di aver trascinato nella crisi il mondo intero. Me li ricordo perfettamente quegli anni, la crisi che non finiva e il presidente Herbert Hoover e il ministro del Tesoro, Andrew Mellon, che non alzavano un dito. Il miliardario e il banchiere, proprio come adesso.
Ora però cercano di intervenire...
Quando il mandato sta per scadere, dopo aver avallato ogni tipo di appropriazione, debita e indebita, per tutti questi anni? Guardi, a parte che il piano non è dell´amministrazione ma della Fed, l´unica cosa che mi fa sperare è la prossimità delle elezioni, e la probabilità che i democratici avranno la maggioranza in tutto il Congresso. E saranno in grado di evitare vergognose sceneggiate come quella cui assistiamo intorno all´unico progetto che potrebbe aiutare almeno un po´, contro il quale si è scatenata una pattuglia di oltranzisti repubblicani ancora convinti, con tutto quello che sta accadendo, che è un peccato mortale turbare i meccanismi del mercato.
Il Congresso sarà democratico, ma il presidente?
Queste vicende aumentano le chance di Obama, ma in America c´è ancora un forte razzismo che potrebbe addirittura essere decisivo. Per fortuna dall´altra parte c´è un candidato come McCain con una vice che è almost a joke, una barzelletta.
Sarah Pallin?
Voi italiani sapete benissimo di cosa sto parlando. Non avete un Parlamento pieno di soubrette?.
SB ha riportato la pulizia a Napoli.
E così ha riportato Napoli alla civiltà.
Ed è orgoglioso d'aver fatto questo miracolo in soli 58 giorni.
Neanche S. Gennaro avrebbe potuto far meglio.
E chi vede ancora spazzatura per le strade ....
specialmente alla periferia cittadina ...
beh! vada a farsi curare.
Si tratta di una grave sindrome allucinatoria.
Insomma, "meno male che Silvio c'è".
In appendice:
La Repubblica
18 luglio 2008
"Pochi leader europei, io meglio di Sarkozy"
Alberto D'Argenio -
Ufficialmente a Londra, Parigi e Berlino le bocche rimangono cucite. Ma dietro le quinte sono ironiche le reazioni alle parole di Berlusconi sulla "mancanza di leadership" in un´Europa dominata dai Sarkozy, Merkel, Zapatero e Brown.
Il Cavaliere le ha pronunciate ieri a Roma, ma il copyright, rigorosamente suo, risale al vertice europeo dello scorso mese a Bruxelles. "Siamo talmente esperti da non prendere sul serio le sue esternazioni", è il leit motiv di giornata.
Alla presentazione della Fondazione Medidea il presidente del Consiglio ha ripetuto che "i vari Chirac, Blair, Putin, Schroeder e Aznar sono andati via e i nuovi non sono ancora ‘impratichiti´ dei problemi internazionali. In Europa manca leadership». Parole che nessuno ha particolarmente gradito. E a Bruxelles qualcuno si sbilancia. E´ il caso di un diplomatico francese che sorridendo ricorda come il suo presidente, Nicolas Sarkozy, proprio all´indomani della prima uscita del Cavaliere aveva ironicamente detto: "Scopro solo ora che Berlusconi e Chirac erano così amici". Un riferimento al rapporto non proprio idilliaco tra i due. Per il resto telefonare all´Eliseo per un commento su frasi simili è inutile.
Stesso discorso per Downing Street e Cancelleria di Berlino, anche se un alto esponente politico della Cdu - la formazione di Angela Merkel affiliata a Forza Italia tramite il Partito popolare europeo - dice: "Beh, di esperienza noi ne abbiamo e proprio per questo non prendiamo sul serio tutto quello che dice Berlusconi". Concetto chiaro per chi ha le spalle coperte dalla Merkel, protagonista indiscussa della Ue in grado di chiudere i negoziati più difficili degli ultimi due anni.
Ultimamente Berlusconi ama anche definirsi decano dei vertici europei, come ha ribadito ieri: "Ormai sono la memoria storica». Peccato, confessa un navigato diplomatico belga, che "i leader Ue attribuiscano il ruolo di decano al premier lussemburghese Jean Claude Juncker, presente ai summit dei 27 da 13 anni".
Ma tutti si rifiutano di reagire al Berlusconi che, incontrando il premier libico a Roma, dice di essere riuscito dove Sarkozy ha fallito, ovvero portare il governo di Tripoli in un paese europeo mentre Gheddafi domenica scorsa ha disertato il vertice Euromediterraneo di Parigi. Sarebbe troppo facile fare ironie, dicono gli addetti ai lavori, basti pensare che Sarkozy (che Gheddafi lo ha ricevuto a dicembre) ha riunito 40 leader delle due sponte del "mare nostrum", compreso l´israeliano Olmert e il siriano Assad, rappresentanti di due paesi formalmente in guerra dal 1948.
A questo punto a parlare sono solo gli italiani. Per Massimo D´Alema Berlusconi è in preda a un «delirio di onnipotenza», mentre per lo "sconcertato" Piero Fassino "non guasterebbe un po´ di umiltà da chi confonde il Consiglio europeo con il Consiglio d´Europa".
la Repubblica
18 luglio 2008, pagina 1
"E il Cavaliere disse Io, meglio di Sarkò"
Filippo Ceccarelli
Ha fatto in tempo a scrivere Indro Montanelli che Berlusconi «pensa di essere un incrocio tra de Gaulle e Curchill, e il guaio è che ci crede». Sempre più, evidentemente, come dimostra l' affermazione di superiorità su Sarkozy.Nel marzo scorso il Cavaliere ha rivelato che i grandi della terra, dei quali egli è amico, «mi hanno chiesto di assumerli nel momento in cui - beninteso - abbandonassero la politica». C' è da dire che questo suo indubbio complesso di superiorità ha in qualche modo anche dei riscontri, essendo stati ad esempio George Bush e l' ex premier giapponese Koizumi già invitati alla non ancora istituita «università del pensiero liberale» di cui dovrebbe occuparsi, forse, la bionda deputatessa Laura Ravetto. Si vedrà. Ma intanto vale la pena di notare che la «berlusconata», variopinto genere megalo-scenico-diplomatico, prescinde di solito dai suoi effettivi risultati sulla realtà, ma vive di vita propria e a tal punto conquista l' attenzione e accende l' immaginario da rendere il presidente italiano uno dei più straordinari e accreditati gag-man del potere planetario. Il fecondo esordio internazionale di Berlusconi, come si ricorderà, fu inaugurato durante un G7 alla Reggia di Caserta nel lontano luglio del 1994. Allorché, preso atto che a causa del luogo e dell' ospitalità «le signore avevano preso un' aria romantica», rivolgendosi ai padroni del mondo di genere maschile il Cavaliere se ne uscì con l' indimenticabile avvertenza: «Attenzione, che questa notte aumentiamo la prole». Questo per il primo ciclo di governo. Nel secondo giro, 2001-2006, assai più ricco, si stagliano nella memoria le corna di Caceres, pare generate da un gruppo di boy scout, ma pur sempre effettuate durante una caratteristica foto di famiglia; poi le prime confidenze su Veronica e Cacciari dinanzi all' ignaro e sbalordito premier danese Rasmussen («You don' t know the history - tentò di rassicurarlo Berlusconi nel suo inglese maccheronico - I' ll tell after»); e quindi la trionfale passeggiata che il presidente italiano ebbe l' ardore di compiere in Sardegna con Tony e Cherie Blair indossando una bandana sul suo provatissimo cuoio capelluto. A Tony Blair, in ogni caso, il Cavaliere risulta aver donato in un breve lasso di tempo la bellezza di 18 (diciotto) anche costosi orologi da polso (che nel dicembre scorso furono messi all' asta da Gordon Brown). Spesso infatti la bravata berlusconiana rincorre la logica compulsiva del numero che, come il comando, si auto-accresce. Eppure il dono originale, vistoso, prezioso e iper-personalizzato ai Capi di Stato risponde anche a una filosofia o a una strategia secondo cui le relazioni tra i Grandi devono essere per ciò stesso improntate ad affetto e amicizia; così come il clima degli appuntamenti diplomatici deve caratterizzarsi per il massimo di calore e spontaneità. Questa deriva intimistica ebbe un certo rilievo nel corso di un vertice europeo che si era incagliato sulla Costituzione. «Parliamo di calcio e di donne» propose Berlusconi; e quindi, rivolto a Schroeder: «Tu per esempio, Gerhardt, che hai avuto quattro mogli, cosa ci puoi dire delle donne?». Prestigiatore del gesto, della scenetta, della barzelletta e del virgolettato, nel corso del tempo, in nome e per la gloria della gag il Cavaliere ha travolto e oltrepassato il concetto stesso di gaffe, collocandosi in una dimensione della vita pubblica che il giornalista di Time Jeff Israely ha di recente sintetizzato nella formula: nobody can call him boring. Tutto insomma si può dire di Berlusconi, meno che sia noioso. In Turchia, al matrimonio del figlio del premier Erdogan, non ha saputo resistere alla tentazione del baciamano alla sposa, che da quelle parti equivale a un terribile sconcezza. A Madrid, matrimonio Agag-Aznar, ha cantato con Julio Iglesias. In Arabia Saudita ha fatto sapere ai quattro venti di essersi intossicato a un banchetto ufficiale, «dopo Riad - spiegava - solo riso in bianco». In Ungheria, dove peraltro sul tema della differenza tra Tokai italiano e magiaro si è diffuso con un allegro e grossolano doppio senso, ha suggerito ammiccante ai giornalisti italiani di farsi dare «qualche buon indirizzo» dal locale premier, suo buon amico e ammiratore. A Hugo Chavez, d' altra parte, dopo uno dei consueti pranzi «tricolori» a Palazzo Chigi ha passato il suo telefonino facendo l' occhietto, e dall' altra parte c' era Aida Yespica. Mentre con la Finlandia, quando ha raccontato di aver «dovuto usare tutte le mie arti da play-boy» per convincere la presidente Tarja Halonen a mollare all' Italia la sede dell' agenzia europea per il cibo, si è sfiorata la crisi diplomatica (fu convocato l' ambasciatore italiano). Certo è ben strano il mondo visto da Arcore, La Certosa o Palazzo Grazioli. Come se al dunque il metro di misura e l' impegno morale della politica estera italiana e quindi berlusconiana si condensassero nello sforzo anche competitivo di determinare nei suoi illustri interlocutori il sentimento della meraviglia spettacolare. In questo senso solo un paio di leader paiono esser riusciti per ora ad anticiparlo e a coglierlo in castagna. Uno è Gheddafi che sotto la tenda nel deserto, a sorpresa, gli schiaffò in mano un vecchio e pesantissimo moschetto. L' altro è Putin che fra litri di vodka, cavallini nani e colazioni a quaranta gradi sottozero trova spesso il modo di farsi ripagare una serata del Bagaglino. Anche se il vero e più temerario anti gag men del berlusconismo applicato si rivelò nel marzo del 2004 il primo ministro del Lussemburgo Jean Claude Junker che davanti alle telecamere, visto il Cavaliere tutto concentrato a leggersi un documento con i suoi occhialetti, passandogli alle spalle gli fece toc-toc e poi ancora toc-toc-toc sulla pelata. E lo sguardo incredulo e smarrito di Berlusconi, quella volta, significava insieme lesa maestà, ma anche chi la fa l' aspetti nel regno sempre più irreale degli spettacoli politici.
«Tutti noi siamo chiamati a una grande sfida. C'è uno scenario nuovo e irripetibile. Abbiamo la possibilità di far rinascere il Paese». Così Emma Marcegaglia, nuovo presidente di Confindustria, all'Assemblea Annuale 2008 tenutasi qualche mese fa.
Grande fiducia nel neonato governo Berlusconi. Toni addirittura entusiastici. Perché si sa, in Confindustria ogni imprenditore ha un vantaggio di posizione. Anche se sta al governo.
«In Italia si è creata una situazione favorevole al cambiamento», ha aggiunto. Il nuovo governo, sostenuto da una forte maggioranza parlamentare, ha posto le condizioni per un clima migliore. «Un clima di minore contrapposizione e di rispetto reciproco fra maggioranza e opposizione». Un clima, insomma, per fronteggiare al meglio la crisi economica.
Per Confindustria dunque la strada intrapresa dal governo era quella giusta: «Voglio dire con chiarezza che l'approvazione, ieri, del decreto per la detassazione degli straordinari e dei premi variabili è un segnale importante. E' una misura che Confindustria pone da tempo».
Un buon segno, dunque. Tale da lasciar prevedere larghe intese e felici convergenze tra industriali e governo. Ampia e feconda collaborazione tra governo e Confindustria.
Questo discorso ufficiale d'insediamento della neo-presidente è stato molto gradito dall'assemblea dei soci. I quali hanno manifestato la loro approvazione con ben due minuti di applausi.
Nel suo breve intervento di saluto, poi, Berlusconi non è stato meno caldo nei toni. S'è subito sintonizzato con la platea e con la sua giovane Presidente. Ha detto senza fronzoli di «aver molto apprezzato il discorso della relatrice», e poi, a proposito dei punti elencati in dettaglio in quel discorso, che indicavano che cosa gl'industriali s'aspettavano dal governo, s'è spinto addirittura ad affermare di quel discorso: «posso dire che potrebbe essere, anzi sarà, il nostro programma di governo».
Nei due mesi successivi, contro ogni ottimistica previsione, la situazione economica è andata progressivamente a rotoli. Con danni per cittadini e anche per imprenditori. E il governo?
Il governo pagava il suo scotto alla Lega con l'impegno per l'attuazione del pacchetto sicurezza e tentava di accreditare la sua efficienza avanzando a muso duro sulla questione rifiuti in Campania. Ma soprattutto bloccava ogni altra iniziativa parlamentare per far approvare un provvedimento legislativo, quale che fosse, che, in un modo o nell'altro, sottraesse il cittadino Berlusconi ad un processo ormai prossimo alla sentenza. Un processo in cui il cittadino Berlusconi, capo del governo in carica, è imputato - nientemeno! - per corruzione di magistrati a fini d'interesse privato.
Una questione, questa, che ha mandato in malora anche quel clima di collaborazione governo-opposizione che secondo la neo-presidente di Confindustria costituiva quello «scenario nuovo e irripetibile» che avrebbe favorito «la possibilità di far rinascere il Paese».
Insomma ha davvero sbagliato tutto, la Marcegaglia. Non solo ha riposto incautamente fiducia in un politico totalmente inaffidabile, ma ha delineato previsioni non certo all'altezza del suo prestigioso incarico.
Commentando la crociata di Tremonti - che va facendo il Robin Hood contro speculazioni di banche e petrolieri, contro le quali intende adottare provvedimenti che fatalmente ricadranno su utenti e consumatori - Eugenio Scalfari, nel suo editoriale di oggi su Repubblica, proprio in chiusura commenta: «Questa storia della speculazione peste del secolo è un modo come un altro di suscitare un nemico esterno immaginario e distrarre l'attenzione da realtà assai più rilevanti e preoccupanti. Così il governo affronterà un durissimo autunno». E - a proposito degli inopportuni entusiasmi espressi da Confindustria qualche mese fa - nota: «Ora anche la Marcegaglia è "estremamente preoccupata" dal calo di produzione industriale dello scorso maggio e di quanto ancora si prevede per giugno e per i mesi successivi». E poi, rivolgendosi direttamente alla dolce Emma, domanda: «Ma non lo sapeva, non lo prevedeva, non era nei segnali delle sue antenne, gentile presidente di Confindustria? Il clima era buono fino a un paio di settimane fa, diceva lei. Dunque una brutta sorpresa, un fulmine a ciel sereno?». Quindi le raccomanda: «Stia più attenta, signora Marcegaglia: questa è roba seria e non ci si può impunemente distrarre.»
Ecco come si comporta un grande statista.
1. Politica internazionale. Anzitutto, autonomia di giudizio.
L'occidente è contro il regime insediatosi nello Zinbabwe. Nella recente consultazione elettorale, Mugabe ha barato sotto gli occhi degli osservatori internazionali. Elezioni truccate. Consenso forzato. E opposizione perseguitata. Il governo - insomma - non esprime il vero orientamento popolare.
E sono in molti quindi, tra i big del G8, a volere che Mugabe vada via. Non solo Angela Merkel e Gordon Brown, ma anche G.W. Bush, che, quando si parla di elezioni vinte col trucco, sa bene di che cosa si tratta.
Dunque, l'orientamento è: "altro che aiuti ... sanzioni piuttosto!". Un orientamento che naturalmente ha sollevato qualche perplessità.
Ebbene ... quale "statista" occidentale s'è opposto con voto palese alla "punizione" del dittatore? Chi insomma ha proposto che col dittatore bisogna "trattare"? L'unico che ha maturato una propria vera autonomia di giudizio contro gli atteggiamenti persecutori e forcaioli. In fin dei conti, Mugabe ha vinto comunque le elezioni e - checché se ne dica - è diventato capo del governo col consenso popolare. Nessuno può arrogarsi il diritto di mettersi contro la volontà del popolo sovrano. E così Silvio Berlusconi ha impartito a tutti una lezione di vera democrazia.
2. Politica internazionale. Unità d'intenti coi leaders della politica mondiale.
In una splendida intervista televisiva, alla domanda di un giornalista impertinente, SB ha detto che sì, gli piacerebbe andare ai giochi olimpici in Cina. Ma in questo momento non può dir nulla di definitivo. Deve prima vedere che cosa decidono in merito G. W. Bush e N. Sarkozy. E così abbiamo saputo che le decisioni del nostro premier, eletto dal popolo italiano, dipendono non solo dalle ragioni politiche di un Bush oggi scadente più che mai (dunque non solo perché si trova ... a scadenza di mandato), ma anche da quelle di un Sarkozy discutibile, discusso, e - in patria - in calo di consensi.
Peraltro a fronte di tanta attenzione di Berlusconi per l'amico George non pare corrisponda altrettanta attenzione di Bush per il nostro Capo del Governo, e neppure troppa stima per il nostro Paese. Nella cartella stampa distribuita dalla Casa Bianca ai giornalisti che accompagnano Bush al G8, di Berlusconi si dice - chiatto chiatto -: «Il premier italiano Silvio Berlusconi è stato uno dei più controversi leader nella storia di un paese conosciuto per la corruzione e i vizi dei suoi governi. Berlusconi è un uomo d'affari con massicce proprietà e grande influenza nei media, che è considerato da molti un dilettante in politica e ha conquistato la sua importante carica solo grazie alla sua notevole influenza sui mezzi di comunicazione italiani».
Un sussulto di sincerità, insomma. Di verità. Sia pure affidato alle carte. Ma - data la circostanza ufficiale - si tratterebbe anche di uno sgarbo che avrebbe imposto magari - che so? - un abbandono sdegnato, da parte del nostro "lider maximo", dei lavori del G8. Uno sgarbo che in altri tempi avrebbe prodotto seri danni ai rapporti internazionali. E che invece s'è chiuso con una richiesta di scuse prontamente soddisfatta. E così SB aspetta fiducioso che Bush gli dica se andare o no alle Olimpiadi. Non è il caso che l'amico George si dispiaccia per una sua scelta difforme.
E sì, SB ha vinto comunque le elezioni e - checché se ne dica - è diventato capo del governo col consenso popolare. E dunque, se dice: vediamo cosa fanno gli altri ... vediamo che cosa dice Bush, ... e vediamo pure che cosa decide Sarkozy ... nessuno può mettere in questione questo orientamento. Neppure il popolo sovrano.
3. Politica interna. Coesione della coalizione di governo.
È un po' che Bossi sta dicendo che SB sta sbagliando. Che 'sta fissa dei giudici politicizzati a cui si deve dare una severa lezione, sta paralizzando tutto. Che, per star dietro ai tanti, tantissimi suoi processi, l'amico Silvio sta gettando a mare le riforme di cui l'Italia ha davvero bisogno. Naturalmente Bossi pensa a una sola cosa, alla sola grande riforma: il federalismo. E così si è spinto persino a dire che se Silvio non vuol più dialogare con l'opposizione, è meglio che si faccia da parte. Dialogherà lui con Veltroni e Co. A nome del governo, s'intende! Basta che la smetta di tenere tutto fermo.
Naturalmente Bossi interpreta e esprime l'insoddisfazione che serpeggia nel popolo leghista. Ed anche il disagio che circola nella stessa compagine di governo. Ma il premier, dall'estremo Oriente - quindi osservando le cose col distacco e l'oggettività che la distanza fisica da Roma impone - ha replicato che no, va tutto bene. La squadra di governo è coesa e solidale, e Bossi - si sa - ogni tanto ama scherzare. Un burlone, insomma.
Non so come la cosa sia stata presa da Bossi e dal popolo leghista. Sta di fatto che Il Silvio nazionale dà continua esca alle battute iperboliche del suo sodale di governo. L'ultima sono le telefonate "hard" che il premier ha fatto alle sue amichette: quelle dentro e quelle fuori del governo. Per le quali Bossi ha commentato che sì, forse Berlusconi sarà pure un po' perseguitato, ma - e qui riporto le parole che si trovano oggi sui giornali - «è un po' coglione per come parla di certe cose al telefono». Dunque Bossi non fa il moralista, ma considera Berlusconi un coglione - proprio questo è il termine - per essersi fatto sgamare.
Bel governo, non c'è che dire! Con un Ministro delle Riforme "burlone", a giudizio del Capo del governo. E con un Capo del Governo "coglione", a giudizio del Ministro delle Riforme. Più coeso di così ...