Mondo liquido

Della fragilità dei rapporti.
Degli opposti desideri.
martedì, 14 aprile 2009

Alziamo la testa.

Su Facebook circola questo scritto che già in poche ore ha raccolto un alto numero di consensi.
Lo ripropongo qui. Non solo perché interpreta - grosso modo - il mio orientamento, ma perché ognuno rifletta.
Sui nostri comportamenti: pubblici e privati.


Giacomo Di Girolamo

Ma io per il terremoto non do nemmeno un euro

Ho resistito agli appelli dei vip, ai minuti di silenzio dei calciatori, alle testimonianze dei politici, al pianto in diretta del premier. Non mi hanno impressionato i palinsesti travolti, le dirette no – stop, le scritte in sovrimpressione durante gli show della sera. Non do un euro. E credo che questo sia il più grande gesto di civiltà, che in questo momento, da italiano, io possa fare.
Non do un euro perché è la beneficienza che rovina questo Paese, lo stereotipo dell’italiano generoso, del popolo pasticcione che ne combina di cotte e di crude, e poi però sa farsi perdonare tutto con questi slanci nei momenti delle tragedie. Ecco, io sono stanco di questa Italia. Non voglio che si perdoni più nulla. La generosità, purtroppo, la beneficienza, fa da pretesto. Siamo ancora lì, fermi sull’orlo del pozzo di Alfredino, a vedere come va a finire, stringendoci l’uno con l’altro. Soffriamo (e offriamo) una compassione autentica. Ma non ci siamo mossi di un centimetro.
Eppure penso che le tragedie, tutte, possono essere prevenute. I pozzi coperti. Le responsabilità accertate. I danni riparati in poco tempo. Non do una lira, perché pago già le tasse. E sono tante. E in queste tasse ci sono già dentro i soldi per la ricostruzione, per gli aiuti, per la protezione civile. Che vengono sempre spesi per fare altro. E quindi ogni volta la Protezione Civile chiede soldi agli italiani. E io dico no. Si rivolgano invece ai tanti eccellenti evasori che attraversano l’economia del nostro Paese.
E nelle mie tasse c’è previsto anche il pagamento di tribunali che dovrebbero accertare chi specula sulla sicurezza degli edifici, e dovrebbero farlo prima che succedano le catastrofi. Con le mie tasse pago anche una classe politica, tutta, ad ogni livello, che non riesce a fare nulla, ma proprio nulla, che non sia passerella.
C’è andato pure il presidente della Regione Siciliana, Lombardo, a visitare i posti terremotati. In un viaggio pagato – come tutti gli altri – da noi contribuenti. Ma a fare cosa? Ce n’era proprio bisogno?
Avrei potuto anche uscirlo, un euro, forse due. Poi Berlusconi ha parlato di “new town” e io ho pensato a Milano 2 , al lago dei cigni, e al neologismo: “new town”. Dove l’ha preso? Dove l’ha letto? Da quanto tempo l’aveva in mente?
Il tempo del dolore non può essere scandito dal silenzio, ma tutto deve essere masticato, riprodotto, ad uso e consumo degli spettatori. Ecco come nasce “new town”. E’ un brand. Come la gomma del ponte.
Avrei potuto scucirlo qualche centesimo. Poi ho visto addirittura Schifani, nei posti del terremoto. Il Presidente del Senato dice che “in questo momento serve l’unità di tutta la politica”. Evviva. Ma io non sto con voi, perché io non sono come voi, io lavoro, non campo di politica, alle spalle della comunità. E poi mentre voi, voi tutti, avete responsabilità su quello che è successo, perché governate con diverse forme - da generazioni - gli italiani e il suolo che calpestano, io non ho colpa di nulla. Anzi, io sono per la giustizia. Voi siete per una solidarietà che copra le amnesie di una giustizia che non c’è.
Io non lo do, l’euro. Perché mi sono ricordato che mia madre, che ha servito lo Stato 40 anni, prende di pensione in un anno quasi quanto Schifani guadagna in un mese. E allora perché io devo uscire questo euro? Per compensare cosa? A proposito. Quando ci fu il Belice i miei lo sentirono eccome quel terremoto. E diedero un po’ dei loro risparmi alle popolazioni terremotate.
Poi ci fu l’Irpinia. E anche lì i miei fecero il bravo e simbolico versamento su conto corrente postale. Per la ricostruzione. E sappiamo tutti come è andata. Dopo l’Irpinia ci fu l’Umbria, e San Giuliano, e di fronte lo strazio della scuola caduta sui bambini non puoi restare indifferente.
Ma ora basta. A che servono gli aiuti se poi si continua a fare sempre come prima?
Hanno scoperto, dei bravi giornalisti (ecco come spendere bene un euro: comprando un giornale scritto da bravi giornalisti) che una delle scuole crollate a L’Aquila in realtà era un albergo, che un tratto di penna di un funzionario compiacente aveva trasformato in edificio scolastico, nonostante non ci fossero assolutamente i minimi requisiti di sicurezza per farlo.
Ecco, nella nostra città, Marsala, c’è una scuola, la più popolosa, l’Istituto Tecnico Commerciale, che da 30 anni sta in un edificio che è un albergo trasformato in scuola. Nessun criterio di sicurezza rispettato, un edificio di cartapesta, 600 alunni. La Provincia ha speso quasi 7 milioni di euro d’affitto fino ad ora, per quella scuola, dove – per dirne una – nella palestra lo scorso Ottobre è caduto con lo scirocco (lo scirocco!! Non il terremoto! Lo scirocco! C’è una scala Mercalli per lo scirocco? O ce la dobbiamo inventare?) il controsoffitto in amianto.
Ecco, in quei milioni di euro c’è, annegato, con gli altri, anche l’euro della mia vergogna per una classe politica che non sa decidere nulla, se non come arricchirsi senza ritegno e fare arricchire per tornaconto.
Stavo per digitarlo, l’sms della coscienza a posto, poi al Tg1 hanno sottolineato gli eccezionali ascolti del giorno prima durante la diretta sul terremoto. E siccome quel servizio pubblico lo pago io, con il canone, ho capito che già era qualcosa se non chiedevo il rimborso del canone per quella bestialità che avevano detto.
Io non do una lira per i paesi terremotati. E non ne voglio se qualcosa succede a me. Voglio solo uno Stato efficiente, dove non comandino i furbi. E siccome so già che così non sarà, penso anche che il terremoto è il gratta e vinci di chi fa politica. Ora tutti hanno l’alibi per non parlare d’altro, ora nessuno potrà criticare il governo o la maggioranza (tutta, anche quella che sta all’opposizione) perché c’è il terremoto. Come l’11 Settembre, il terremoto e l’Abruzzo saranno il paravento per giustificare tutto.
Ci sono migliaia di sprechi di risorse in questo paese, ogni giorno. Se solo volesse davvero, lo Stato saprebbe come risparmiare per aiutare gli sfollati: congelando gli stipendi dei politici per un anno, o quelli dei super manager, accorpando le prossime elezioni europee al referendum. Sono le prime cose che mi vengono in mente. E ogni nuova cosa che penso mi monta sempre più rabbia.
Io non do una lira. E do il più grande aiuto possibile. La mia rabbia, il mio sdegno. Perché rivendico in questi giorni difficili il mio diritto di italiano di avere una casa sicura. E mi nasce una rabbia dentro che diventa pianto, quando sento dire “in Giappone non sarebbe successo”, come se i giapponesi hanno scoperto una cosa nuova, come se il know – how del Sol Levante fosse solo un’ esclusiva loro. Ogni studente di ingegneria fresco di laurea sa come si fanno le costruzioni. Glielo fanno dimenticare all’atto pratico.
E io piango di rabbia perché a morire sono sempre i poveracci, e nel frastuono della televisione non c’è neanche un poeta grande come Pasolini a dirci come stanno le cose, a raccogliere il dolore degli ultimi. Li hanno uccisi tutti, i poeti, in questo paese, o li hanno fatti morire di noia.
Ma io, qui, oggi, mi sento italiano, povero tra i poveri, e rivendico il diritto di dire quello che penso.
Come la natura quando muove la terra, d’altronde.
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mercoledì, 12 novembre 2008

I volponi e Lapalisse

L’Italia del tappo generazionale, il paese “bloccato” che guarda con nostalgia al suo passato più che scommettere sul suo futuro ha uno specchio straordinario che riflette in modo cristallino tutte le sue debolezze strutturali: i suoi investimenti nella ricerca. La fuga di cervelli dal Belpaese è solo la punta dell’iceberg.

La nostra università sono (malgrado tutto) una miniera d’oro di talenti - come dimostrano i loro successi appena mettono il naso oltrefrontiera - frustrati da un sistema imballato, incapace di valorizzarli. Prendiamo Pier Francesco Ferrari, 39 anni, una moglie e tre figli. Fosse un talento (presunto) del calcio come Ricardo Quaresma, potrebbe guadagnare 1.600 euro ogni 2 ore di lavoro, lo stipendio che l’Inter paga al suo talentuoso e deludente centrocampista. Capisse di finanza, magari quei 1.600 euro se li metterebbe in tasca ogni mezz’ora, com’è successo nel 2007 al numero uno di Unicredit Alessandro Profumo. Lui invece quella cifra se la suda in un mese (”Lavoro dalle 8.30 di mattina alle 19.30 di sera - precisa - più qualche ora al computer la sera, dopo aver messo a letto i ragazzi”). Avendo un curriculum vitae che recita: neuroscienziato ed etologo al dipartimento di biologia evolutiva dell’Università di Parma, tra i massimi esperti mondiali negli studi sui neuroni specchio, 18 mesi di dottorato alla Tufts University di Boston, un anno a Washington a un progetto finanziato dal National Institute of Health a Washington (”che nostalgia, mi pagavano 100mila dollari l’anno…”), ricerche pubblicate sulle riviste più prestigiose del globo, Science compresa.

Ferrari - nota bene - non si lamenta dei soldi. “In fondo - dice il ricercatore parmigiano - mi sveglio ogni mattina pensando che mi pagano per fare quello che ho sempre sognato”. Il suo cruccio è che le notti al computer, i fine settimana passati a studiare come i neuroni dei cervelli delle scimmie reagiscono ai movimenti altrui difficilmente gli regaleranno qualcosa di più di una soddisfazione personale. “Non è nemmeno una questione di baronie - dice - Anzi. Qui a Parma i nostri laboratori accademici sono punte di eccellenza”. Il problema - spiega - è che “l’Università non è in grado di giudicarmi”. Non contano le pubblicazioni internazionali e i dottorati: “Il sistema come tutto il paese è autoreferenziale, sceglie le sue eccellenze con concorsi truccati, in un meccanismo perverso in cui un ateneo non ha alcun interesse ad assumere una persona capace piuttosto che un incompetente”.

Il paradosso di quest’Italia ingessata è che l’incapacità di valorizzare il suo patrimonio di ricerca ha come conseguenza diretta lo svilimento del settore. Il Belpaese è la Cenerentola continentale per investimenti, spende per costruire il suo futuro solo l’1,1% del Pil contro il 2,5% della media Ocse. E se deve tagliare un po’ di spese, come capita con questi chiari di luna, non si fa troppi scrupoli: “Io sono davvero preoccupato - dice Umberto Veronesi, numero uno dell’Istituto Europeo di Oncologia - In teoria proprio in una situazione economica come questa si dovrebbero stanziare più soldi per l’innovazione. E invece so già che finirà per essere punita la ricerca, la più facile da tagliare”.

Preferiamo, come capita ai paesi vecchi e vuoti di speranza, ipotecare il nostro domani per risparmiare due lire oggi: tra il 1990 e il 2005 gli investimenti complessivi pubblici-privati in ricerca e sviluppo (R&S) sono cresciuti da 8,8 a 15,6 miliardi ma il rialzo, depurato dell’inflazione, è stato un modesto 4%. Non solo. Mentre il nostro paese cammina, il resto del mondo corre. Fatti 100 gli stanziamenti del 1990, noi siamo arrivati con il fiatone 15 anni dopo a quota 104 mentre Francia (121), Germania (138) e soprattutto Spagna (217) hanno dimostrato di credere molto di più nel futuro.

Il materiale umano per competere - come dimostra il caso di Ferrari - non manca. L’Italia malgrado il tasso basso di scolarità - 12,2% di laureati, la metà di Francia e Spagna - e i pochi soldi investiti nell’istruzione, riesce lo stesso a formare una comunità scientifica di qualità. “Dalle nostre università escono ricercatori bravi e preparati - conferma il fisico Luciano Maiani, fresco presidente del Cnr - Il problema però è che noi non riusciamo a tenerli in patria. Intendiamoci, l’esperienza all’estero è utile. Ma il canale del reclutamento dovrebbe essere sempre aperto, selettivo ma costante, senza blocchi delle assunzioni. Se no si uccidono le speranze delle nuove generazioni”.

La cartina di tornasole - un po’ agrodolce - della qualità dei ricercatori italiani e delle opportunità perse da un paese che non riesce a trattenerli sono i risultati del primo bando di stanziamento fondi (300 milioni) del Consiglio Europeo delle ricerche, il più innovativo sistema di finanziamento Ue che in pochi anni distribuirà la bellezza di 7,5 miliardi. L’Italia è stata prima per numero di richieste (il 19,2% del totale) - segno di una comunità scientifica numerosa ma che fatica a trovare soldi in patria - e seconda per numero di vincitori. Peccato che su 58 dei premiati tricolori, ben 18 abbiano deciso di esportare in strutture straniere il loro know-how. Mentre solo quattro “Archimedi” (un inglese, due polacchi e un norvegese) hanno scelto di espatriare nello stivale, contro i 58 che hanno deciso di trasferirsi a Londra.

Manca il salto di qualità. Lo Stato mette pochi soldi per la ricerca e molti di quei pochi li spende male. I privati, anche per le peculiarità del nostro sistema imprenditoriale fatto di imprese medio-piccole, investono molto meno dei loro concorrenti europei. Gli stanziamenti pubblici, secondo i dati della Fondazione Cotec, sono fermi al livello del ‘90 (lo 0,52% del Pil contro lo 0,77% della Francia e lo 0,76% della Germania) con un preoccupante decremento negli ultimi quattro anni. Il gap è ancora più evidente sul fronte degli investimenti privati. Le imprese del Belpaese garantiscono poco più della metà dei soldi a disposizione della ricerca in Italia, una montagnetta di denari che - ed è uno dei pochi segnali positivi del settore - tende negli ultimi anni a crescere (+6% tra 2003 e 2005). In valore assoluto, però, rimaniamo la cenerentola d’Europa: i fondi garantiti dalle imprese all’innovazione sono pari allo 0,55% del Pil, contro il 2,54% del Giappone, l’1,83% della Germania e persino lo 0,6% della Spagna. La morale è semplice: ricerca e sviluppo - in teoria uno dei volani in grado di far ripartire il paese e aiutare a ricostruire la sua classe dirigente - non decollano. E la fabbrica dei talenti funziona solo in base a una sorta di volontariato come nel caso di Ferrari, o grazie a una sorta di fai-da-te per raccogliere i capitali necessari a tirare avanti.

“Io dico che bisogna lo stesso essere ottimisti - dice Maiani - Le risorse dello stato sono sempre meno, ma il Cnr, ad esempio, ha imparato negli ultimi cinque anni dopo la Riforma Moratti a conquistarsi i suoi fondi sul mercato. Oggi il ministero garantisce solo il 50% delle nostre entrate (in totale poco più di un miliardo nel 2007, ndr.) e il resto siamo riusciti a procurarcelo altrove”. In parte dalla Ue, in parte dalle Regioni, con una parte importante dovuta alle imprese.

“Unioncamere e Confindustria sono nel nostro cda - conferma il numero uno del Cnr - Sono convinto che creeremo un rapporto virtuoso e spero di riuscire anche a far nascere dal Centro nazionale delle ricerche nuove aziende innovative in grado di muoversi con le loro gambe”. Resta il problema di finanziare la ricerca “fondamentale”, quella svincolata da immediati ritorni economici e da interessi aziendali. “In effetti le risorse per questo lavoro sono pochissime. Mi basterebbero un centinaio di milioni, più o meno quanto ne perdeva in un paio di mesi Alitalia”, conclude Maiani. La compagnia di bandiera pare - scioperi permettendo - che si sia salvata a suon di contributi pubblici (lo stato alla fine pagherà a piè di lista qualche miliardo di euro). Per sbloccare la ricerca di casa nostra, invece, e regalare un po’ di speranza ai tanti Ferrari tricolori non sembra al momento esserci alcuna Cai in vista.


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categorie: poesia, politica, personaggi, scienza, ricerca, università, partiti, vitamoderna
domenica, 04 febbraio 2007

Buona domenica!

Al mio cuore.
Di domenica



Ti ringrazio, cuore mio:
non ciondoli, ti dai da fare
senza lusinghe, senza premio,
per innata diligenza.

Hai settanta meriti al minuto.
Ogni tua sistole
è come spingere una barca
in mare aperto
per un viaggio intorno al mondo.

Ti ringrazio, cuore mio:
volta per volta
mi estrai dal tutto,
separata anche nel sonno.

Badi che sognando non trapassi in quel volo,
nel volo
per cui non occorrono ali.

Ti ringrazio, cuore mio:
mi sono svegliata di nuovo
e benché sia domenica,
giorno di riposo,
sotto le costole
continua il solito viavai prefestivo.


Wislawa Szymborska

Uno spasso
Libri Scheiwiller, Milano, 2003, p. 87.
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categorie: citazioni, poesia, letteratura, vitamorte
giovedì, 23 novembre 2006

La parola

Alcuni dicono che
quando è detta
la parola muore.

Io dico invece che
proprio quel giorno
comincia a vivere.


Emily Dickinson, 1872
postato da tortora alle ore 23:55 | link | commenti (9)
categorie: poesia, filosofia
venerdì, 14 aprile 2006

Splendida giornata

Splendida giornata, dicevo.

Tepore primaverile. Aria tersa.
E luce. Luce!

Meritava ben altro che
una giornata davanti al computer.

Aprile è il più crudele dei mesi. Genera
lillà dalla morta terra.. Mescola
memoria e desiderio. Desta
radici sopite con pioggia di primavera"
Th. S. Eliot, La terra desolata (vv. 1-4)

April is the cruelest month, breeding
Lilacs out of the dead land, mixing
Memory and desire, stirring
Dull roots with spring rain.
Th. S. Eliot, The Waste Land (vv. 1-4)



Auguri a tutti.
postato da tortora alle ore 17:44 | link | commenti (5)
categorie: citazioni, poesia
sabato, 03 dicembre 2005

Idealismo magico


Il reciproco approccio amoroso – certo – è regolato sempre dalla biochimica dell'amore.
E tuttavia …
Nella fase dell’innamoramento nessuno dei due conosce l’altro. Se non per tratti superficiali e per caratteri generali.
Attrazione  senza conoscenza? No, non questo. In realtà ognuno è attratto dall’immagine che si è fatta dell’altro. Un’ immagine in cui assumono ruolo dominante gli aspetti che si trovano di proprio gradimento.
Come chiamarlo, questo fatto? Diciamo: idealizzazione.
E allora: nell’innamoramento il desiderio dell’altro implica sempre una forma d’idealizzazione.
Ma questo è vero anche quando il rapporto d’amore si consolida.
L’altro, l’«oggetto d’amore», il destinatario dell’amore, è sempre quello che ognuno dei due amanti si rappresenta come oggetto amabile. L’idealizzazione continua.
Ma con qualcosa in più. Nel rapporto amoroso si compie un evento straordinario.
In generale, in ogni relazione interpersonale ognuno modifica l’altro. A maggior ragione nella relazione amorosa, in cui ognuno si apre docilemente  all’azione modificatrice dell’altro.
L’immagine ideale infatti si configura, per ciascuno degli amanti, come un progetto. L’immagine dell’altro è quel che l’altro deve diventare. È quello che si desidera che divenga nella prospettiva di un rapporto più o meno durevole.
E quando tutto procede nel verso giusto, ognuno, col proprio comportamento, di fatto, trasforma davvero l’altro secondo l’immagine dell’essere amabile che si è fatto. E l’altro di fatto si modella in conformità al progetto ideale dell’altro.
Sicché il rapporto amoroso si va compiendo in una relazione reciprocamente creativa. E non solo perché nella relazione nasce il “noi”. Ma soprattutto nel senso che quel “noi” è reso possibile dal fatto che ognuno diventa “altro da sé” in forza dell’azione modificatrice esercitata dall’altro, conformandosi all’immagine ideale dell’altro.
Insomma, nel rapporto d’amore accade quello che Novalis indicava col suo idealismo magico.
L’uomo è uomo per la sua esclusiva capacità di “creare” il proprio mondo. Proprio come fa, ad altri livelli, il poeta. O il romanziere quando crea il suo romanzo. La vita come romanzo. La romantizzazione della vita.
E con l’amore si può: proprio perché il rapporto d’amore richiede come condizione l’esercizio dell’energia creatrice degli amanti.
È quanto asseriva anche Giovanni Gentile, un filosofo a lungo “abusato”. Un pensatore frettolosamente e superficialmente messo ai margini della cultura contemporanea.
Se amiamo è perché quel che si ama ha pregio e risponde all'ideale, nel senso che risponde a una cosa che non c'è e con l'amore lo vogliamo realizzare perché entri a a far parte della nostra vita. Una persona, amata da noi, è ricreata dal nostro amore.

«La persona amata è quella ricreata dal nostro amore. È ricreata immediatamente e mediatamente: essa, cioè, è un nuovo essere per noi fin da quando prendiamo ad amarla; ma si fa realmente un essere sempre nuovo, si trasforma continuamente in conseguenza del nostro amore, che agisce su di essa, conformandola a grado a grado sempre più energicamente al nostro ideale. Insomma, l'oggetto dell'amore, qualunque esso sia, non preesiste all'amore, ma è da questo creato. Vano quindi cercarlo con l'intelligenza astratta, che presume di conoscere le cose come sono in se stesse. Su questa via non può trovarsi se non la mancanza di ciò che si ama ed è degno perciò d'essere amato.»

Questo ha detto Gentile nel Frammento di una gnoseologia dell’amore.
Nel 1918.
postato da tortora alle ore 13:09 | link | commenti (9)
categorie: poesia, amore, filosofia
sabato, 05 novembre 2005

Abitare le parole

Poesia, non poesia.
Il tema ha sollecitato molte riflessioni interessanti. E persino il bellissimo intervento dell'avaro Roquentin. Il quale, "gigione gigione" - per non dire, come di norma, “cacchio cacchio”-, cercando di accreditare di sé un’improbabile immagine di sfaticato cronico, totalmente restio alle fatiche dell’approfondimento (ma Roquentin! si può essere profondi anche da sfaticati), ha sparato fuori considerazioni sulla parola ad alto peso specifico. Basterebbe la sola espressione “Parole quotidiane che diventano bisturi nella coscienza”, dette della poesia di Montale, per far capire che cosa sa dire, uno che con le parole ci campa, di uno, come Montale, che le parole le viveva.
Ok, anch’io voglio dirvi con semplicità quello che penso. E lo faccio proprio tenendo presenti i due brani che ho proposto alla vostra attenzione.
Ecco, francamente io non credo che oggi ci sia più poesia. E non credo che la poesia abbia trovato nuove strade, nuove modalità di presenza nella nostra vita. Forme più “modeste”, più vicine alla gente.
Diremmo, forse, che oggi c’è più bellezza artistica perché anche gli oggetti d’uso comune sono realizzati nelle forme di un raffinato design?
Insomma la forma, in questo caso, non fa la sostanza. La natura artistica di un oggetto, o la natura poetica di uno scritto, non è determinata semplicemente dalla forma. Ma piuttosto da un «bisogno» tutto interiore di esprimere, in modo anticonvenzionale e unico, qualcosa che gli altri non vedono, non colgono, pur condividendo tutti lo stesso mondo.
Sicché non basta che la poesia abbandoni il castello per andare a vivere una nuova vita in una capanna (l’immagine è tratta da Kierkegaard: lui la riferiva alla filosofia, criticando il sapere “assoluto” di Hegel). Ci vuole ben altro per vivere questa nuova vita.
Talvolta «la poesia ha bisogno di tempesta». Dunque nasce dalla sofferenza. Ma sempre si configura come quel «bisogno di metter giù parole» a cui sono indispensabili «silenzio e solitudine» perché trovi la strada giusta.
Le parole sono tante, e a disposizione di tutti. Il poeta ha bisogno di quelle precise parole, disposte in quel particolare ordine che, al “dirle”, esprima quel particolare ritmo senza il quale quelle parole non riescono a dar forma a quello ch’egli “vede”.
La poesia insomma non può ridursi alla semplice espressione di un sentimento. Anche se forte, fortissimo. Tanto meno può essere un’ espressione banale di effimeri stati d’animo. È piuttosto affannosa ricerca. E continua selezione. Osip «lavora furiosamente, mette tutto il fiato nei versi, ne mormora quattrocento, ne trascrive otto, ne detta quattro a sua moglie, poi ricomincia».
In tal senso il poeta non smette mai di scrivere. Lui «non è mai stanco». Scrive nel pensiero molto più di quanto trasferisca sulla carta. E scrive anche se per mesi, o per anni, non mette nulla su carta.
Il poeta non deve “esprimersi” nel suo scritto. Nel senso che niente di sé deve “buttar fuori da sé”. In quelle parole egli deve vivere.
In poesia, la parola deve vivere la vita di chi l’ha generata. E chi la genera deve vivere la vita della sua parola.
Quelle parole lui deve abitarle. Sono «la sua casa». Il suo cibo e la sua bevanda. La sua salvezza.
E pertanto la poesia non può compiacere; piuttosto, come tutte le testimonianze di una vita vissuta nel profondo, deve porre in questione il fruitore. Deve indurlo al giudizio di sé, magari chiamandolo alla commisurazione. E se è il caso, deve indurlo al timore.
Allora, c’è poesia, oggi? Dov’è la poesia? Io non ne vedo molta, in giro. Forse oggi più che mai la poesia dev’essere svegliata. Dunque non si tratta di riproporre cose rispettose delle antiche regole di metrica e di ritmo. Tanto meno di rima! Ma si tratta di sottrarsi alla forza centripeta dell'omologazione. Di cogliere quello che gli altri non colgono dietro le cose che tutti vedono. Di risvegliare il bisogno  di vivere nelle parole che danno corpo all’aspetto invisibile delle cose.
Se qualcuno di quelli che buttano giù testi “poetici” si ponesse la domanda che si poneva la LaMotte: «Sono Poesie Queste? Possiedo - una Voce?» ….
Quanto a coloro che si entusiasmano per la poesia “a portata di mano”, non sarebbe inopportuno che, di fronte a certi testi “poetici”, si ponessero il quesito: «Sono poesie, queste? Possiedono una voce
Leggo spesso di poesia. E volentieri. E spesso, nel mio pensiero, in un muto dialogo con il poeta assente, mi trovo a dirgli, laicamente: «Dimmi solo una parola, ed io sarò salvato».
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categorie: poesia
giovedì, 27 ottobre 2005

La vita delle parole

Ho riconosciuto a Meriggio il merito di aver aperto un fronte di discorso interessante: quello sulla poesia.
Lei, nel suo post ha sollevato questioni molto serie.
Ma, a parte l’interessante commento di Jaero a quel post, le questioni sono ancora tutte lì. Senza una risposta, mi pare.
Giuro che non ho mai scritto versi in vita mia, e non lo faccio dunque per questione personale: ma perché stenta a decollare il discorso sulla poesia?
In un mio precedente post  riassumevo in estrema sintesi, le questioni che Meriggio aveva offerto all’attenzione di tutti. Occorre dare una risposta a quelle questioni.
Non si tratta di fare discorsi “astratti” sulla poesia, ma di riflettere che cosa significa “oggi” la poesia: come deve intendersi, qual è il suo posto nelle nostre esistenze personali, che spazio le vien riservato nelle nostre società.
Intanto propongo alla vostra lettura un altro brano tratto da un altro libro da poco segnalato in un post sul mio blog: Possessione, di  Antonia Susan Byatt.
Il passo è un brano di una lettera che il personaggio Christabel LaMotte, un’aspirante poetessa,  scrive a Randolph Henry Ash, un poeta affermato, nel corso di un scambio epistolare avviato da poco. Forse LaMotte rappresenta, nella finzione, la poetessa Elizabeth Barrett's, e Ash sta per il poeta Robert Browning: tra i due personaggi “storici”, peraltro, ci fu una “storia” interessante.
Ma la cosa importante è che nel passo si discute di poesia. Si parla ancora di poesia. E se ne parla in forma di testimonianza.

Ho spedito alcune delle mie brevi poesie - un piccolo fastello - scelto con trepidazione - a un grande Poeta - che resterà anonimo, non posso scrivere il suo nome - chiedendogli: Sono Poesie Queste? Possiedo - una Voce?
Mi ha risposto con cortese sollecitudine – che erano cose graziose - non del tutto regolari - e non sempre secondo le regole di un corretto senso di convenienza - Ma mi incoraggiava moderatamente - andavano abbastanza bene per darmi un interesse nella vita fino a che io non avessi - cito testualmente - « responsabilità più dolci e più gravi».
Ora come potrebbe un simile giudizio spingermi a desiderarle - Mr Ash - Come? Voi avete capito quella mia frase - la Vita della Lingua. Voi capite - nella mia vita Tre, e Tre soltanto, hanno intuito - il mio bisogno di metter giù parole - quello che vedo, sì - ma anche le parole, le parole soprattutto - Le parole sono state tutta la mia vita, tutta la mia vita - Questo bisogno è simile al bisogno della Ragna che spinge innanzi a sé un grosso Fardello di Seta che deve tessere - La seta è la sua vita, la sua casa, la sua salvezza - suo cibo e anche bevanda - E se la tela è aggredita o distrutta, beh, che cosa può fare lei se non farne altra, tessere di nuovo, disegnare ancora - Direte che è paziente - e lo è - Può anche essere Violenta – è nella sua Natura - Deve - o morire di indigestione - mi capite?
Non posso scrivere altro. Il mio cuore è troppo pieno - ho detto troppo - Se riguardo questi fogli, il mio coraggio verrà meno – così partiranno così come sono, non rivisti, con tutte le loro imperfezioni ben visibili.
Christabel LaMotte
postato da tortora alle ore 14:41 | link | commenti (20)
categorie: poesia
venerdì, 21 ottobre 2005

Poesia, non poesia

Tempo fa suggerii, sul blog di Meriggio, di sviluppare la comune riflessione sulla poesia. Una riflessione sul poetare.
È importante. Senza poesia il mondo, il nostro mondo, diventa inospitale.
Agl’inizi di settembre, su questo mio blog, ho riportato una pagina del romanzo di Elisabetta Rasy, La scienza degli addii, che narra il primo incontro tra NadeÏda Chazina, giovane aspirante pittrice, e Osip Mandel’stam, poeta.
Osip, appunto, è un poeta. Che ha vissuto, fin dagl’inizi, gli anni bui del regime sovietico.
In cui non c’era posto per la sua poesia. Non c’era spazio per uno spirito libero. Non era consentito un modo “diverso” di vedere le cose.
Ecco, riprendo il suggerimento rivolto a Meriggio proponendo una nuova pagina del romanzo della Rasy.

Nadja ha molto da fare, perché Osip a Vorone non smette mai di scrivere. Non gli è facile, perché per scrivere ha bisogno di muoversi e per strada si gela. Inoltre i ragazzini lo prendono in giro, lo chiamano pope o generale e gli fanno scherzi maligni. In casa ha bisogno di silenzio e solitudine, e nei loro alloggi – in genere càpitano da vecchi malvissuti, delatori, vecchi delatori, vecchi delatori malvissuti - di silenzio e solitudine non ce n'è. Nadja lo sa e certe volte la sera, nella loro stanza, si sdraia e, accucciata in un angolo della brandina, voltata dall'altra parte, fa finta di dormire per svegliare la poesia. Poi, di giorno si mette al lavoro. Osip è diventato più ragionevole, accetta che lei ricopi i versi, che riscriva e ricostruisca insieme a lui quelli perduti nelle perquisizioni e sperduti in mani inaffidabili. A volte qualcuno gli regala una risma di carta, che è sempre difficile da reperire, ma la carta dura poco. Perché lui scrive e non è mai stanco; scrive malgrado la malattia, la miseria, l'orrore del vuoto e dell'isolamento. La poesia ha bisogno di tempesta, dice, e le difficoltà nutrono i versi migliori. Lavora furiosamente, mette tutto il fiato nei versi, ne mormora quattrocento, ne trascrive otto, ne detta quattro a sua moglie, poi ricomincia. Allora lei compra dei quaderni di scuola e li riempie - scherzando li chiamano "il codice Vaticano" - pagina dopo pagina, diligentemente, con un inchiostro viola simile al colore delle foreste al tramonto.

Poesia, non poesia. A voi, ora, la parola.
postato da tortora alle ore 10:33 | link | commenti (6)
categorie: poesia
venerdì, 14 ottobre 2005

Beatrice Nest

Il romanzo, a cui facevo cenno nel post precedente, è Possessione.
Un romanzo non solo erudito ma “colto”, che richiede, a mio parere, una lettura lenta.
Ben accolto da critica e pubblico una quindicina d'anni fa, tanto da vincere molti premi. Anche in l'Italia.

È scritto da una donna, la scrittrice inglese Antonia Susan Byatt. Un sinonimo: il vero nome è Antonia Drabble.
Abilissima nel dominare i diversi stili di scrittura, che sceglie volta a volta con perizia e finezza.

Trascrivo, qui appresso, la pagina a cui facevo riferimento.
Parla di una donna, ricercatrice universitaria, assistente di un professore di letteratura.
Una studiosa ormai un po’ avanti negli anni, che ha chiuso la sua vita tra libri, carte, documenti e schede d’archivi.


Se qualcuno si soffermava a pensare a Beatrice Nest - non erano in molti a farlo, e non molto spesso - era il suo aspetto esteriore, non la vita interiore, che accendeva la fantasia. Una donna dal corpo carnoso e abbondante, con fianchi sedentari rotondi, un seno enorme, sopra il quale si affacciava un viso dai lineamenti cordiali, coronato da una specie di cappello d'angora, o fitta matassa lanuginosa di capelli bianchi crespi, intessuta e raccolta in una crocchia dalla quale sparsi cernecchi sfuggivano vagando in tutte le direzioni.
Pensando a lei con più attenzione, quei pochi che la conoscevano potevano aggiungere un'identità metaforica. Cropper la vedeva alla stregua dell'intralciante pecora bianca di Carroll. Blackadder, quando era di cattivo umore, la immaginava come uno di quei tronfi ragni bianchi, scoloriti dal buio, che dal rifugio al centro della propria trappola captano i segnali lungo i fili. Le femministe - che di tanto in tanto cercavano di avere accesso al Diario - vedevano in lei una specie di custode polipoide, oceanico Fafnir, torpidamente avvinghiato al suo tesoro, che solleva opachi schermi di inchiostro o sbuffi d'acqua per accecare chi gli gira intorno.
La sua vita privata era molto circoscritta. Nel 1986 viveva in una minuscola casa a Mortlake. Qui aveva ricevuto di tanto in tanto gruppi di studenti. Dal 1972 non era più venuto nessuno. Prima di allora c'erano state feste con caffè, torte, qualche bottiglia di vino bianco dolce, e discussioni.
Quelle ragazze degli anni cinquanta e sessanta l'avevano vissuta come una madre. Le generazioni successive avevano stabilito che era lesbica o addirittura, molto ideologicamente, che era una lesbica incallita e repressa. Nei fatti i suoi pensieri sulla sessualità erano interamente dominati dalla sensazione della mole massiccia, inaccettabile, dei suoi seni. In gioventù li aveva dissimulati senza busto sotto abiti ampi e corsetti morbidi, lasciando che la muscolatura si sviluppasse liberamente, come raccomandava la tendenza medica allora prevalente, con ciò contribuendo a farli ingrossare e abbassare irrimediabilmente. Un'altra donna li avrebbe ostentati, li avrebbe portati con orgoglio, sottolineando magnificamente il solco che li divideva. Beatrice Nest li avvolgeva in un busto antiquato che li schiacciava; e li copriva con maglioni lavorati a mano con file di piccoli fori a forma di lacrima, che sembravano sbadigliare o imbronciarsi lungo i contorni del suo corpo. La notte, a letto, li sentiva ricadere pesantemente ai lati della cassa toracica. Nel suo cubicolo ne sentiva il peso vivente in tutto il suo tepore lanoso sfregare contro l'orlo della scrivania. Vedeva se stessa come un essere grottescamente rigonfio, teneva gli occhi bassi per non incontrare lo sguardo di nessuno. Doveva a queste pesanti rotondità la sua reputazione di donna materna, la stessa valutazione frettolosa e stereotipata che vedeva benevolenza nel suo viso rotondo e nelle guance rosee. Quando raggiunse una certa età, quel che era stato giudicato benevolo venne visto, con altrettanta arbitrarietà, come minaccioso e repressivo.


postato da tortora alle ore 08:20 | link | commenti (3)
categorie: poesia

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